Per quanto mi riguarda, ci sono due modi di fare cinema. O si creano mondi fascinosi e sorprendenti, come in Lanthimos di Poor Things, o, con una scelta più difficile e rischiosa, ci si immerge nel flusso della vita, si cerca di modellarsi sul suo ritmo, accettandone così i tempi morti, i momenti di vuoto e noia e poi le improvvise accelerazioni, e tutto l’insieme di incomprensioni, di malintesi, di travisamenti di cui è costellata la nostra contingente esistenza.
Abel è un giovane timido e introverso, in una accaldata notte prima degli esami dovrebbe ripassare storia visto che non sembra proprio preparatissimo (la Tacher presidente del Regno Unito…), ma, scombussolato da una comprensibile, data l’età, tempesta ormonale, non pensa che ad una sua compagna di classe, brillante e amichevole (dato che l’ha abbondantemente freindzonato) che per altro è perdutamente innamorata dell’aitante ed alternativo professore di storia (caratteristiche comuni alla categoria). Per un fato avverso poi, il giorno seguente, Abel ha la sventura di sostenere l’esame di storia proprio in coppia alla ragazza, facendo scena muta, nonostante la comprensione dei suoi docenti che fanno di tutto per cavargli di bocca qualche nozione sparsa. Solo che, ad esecuzione ormai consumata, il professore di storia gli domanda, in modo non proprio innocente, perché porti appuntata al bavero la coccarda tricolore, distintivo che è naturale per tutti gli ungheresi indossare il giorno che commemora l’indipendenza, ma che è diventato invece, per gli altri giorni dell’anno, simbolo del partito nazionalista di Orban, di cui il padre del ragazzo è un sostenitore. Ovviamente Abel, che ha in mente solo il suo amore e la sua sventura e porta la giacca una volta l’anno, il giorno dell’indipendenza, da quel giorno ha dimenticato appuntata la spilla e non ha alcuna velleità politica, ma come paralizzato dall’umiliazione, non riesce neppure a dare questa minima spiegazione. S’innesta così, complice una certa reticenza di Abel che, di fronte alla rabbia del padre lascia intendere una sorta di persecuzione politica nei suoi confronti, un gioco degli equivoci che travolge i personaggi in un caso che assume, precipitando con effetto valanga, rilevanza nazionale.
Gabor Reisz, raccontando questa piccola storia, articola un discorso su più livelli. Ci parla della polarizzazione manichea di una società – che non è solo quella ungherese, ma ormai della gran parte delle nazioni occidentali – in cui le parti contrapposte, prigioniere del loro rancore, sono incapaci di ogni ascolto dell’altro, ma lo fa divertendosi a smontare, nella contrapposizione fra padre e il Janka, il docente di storia, i cliché speculari del gretto nazionalista e dell’emancipato liberale, mostrando i limiti e le contraddizioni di ciascuno, ma anche l’umanità di entrambi. Solo che questo è il primo piano di lettura, magari neppure il più importante. Più a fondo e con grande sottigliezza Reisz, grazie alla fluidità delle riprese, alla naturalezza dei dialoghi, alla precisione degli incastri della sceneggiatura cerca soprattutto di cogliere, con l’ironia e la leggerezza di uno sguardo romheriano, l’accidentalità fortuita dell’esistenza, che, se anche a volte sembra convertirsi per il combinarsi casuale di contingenze in un destino cieco, come quello in cui crede di essere ingabbiato Abel, rimane però sempre aperta alla possibilità dello scarto, al porsi in gioco di una, forse illusoria, forse inutile, istanza di libertà. Come un giro sfrenato in bicicletta nella notte o correndo nell’acqua di un lago contro il sole.

“dell’aitante ed alternativo professore di storia (caratteristiche comuni alla categoria)”: vuoi sfidarmi?
“freindzonato”, cosa diavolo vuol dire?
Prova a domandarti perché non hanno scelto un professore di geografia?