All’origine c’era: “No! Il dibattito no!” di Io sono un autarchico quando uno spettatore, felicemente addormentatosi durante la funesta rappresentazione di una pièce di avant-garde in un sgangherato teatro off, davanti all’invito del regista – molto anni ’70 o cineforum scolastico (ma non Cinecornaro!) – di discuterne i contenuti era insorto, fuggendo esasperato. Yannick di Dupieux fa un passo avanti. Interrompe direttamente la scadente commedia recitata in un teatrino vaudeville della cintura parigina e pretende dagli esterrefatti attori, più nerbo, maggior incisività e pathos, uno script più divertente e una conduzione più accurata. Insomma, tutta un’altra cosa. Poi, sentendo poco considerato il suo sacrificio di umile spettatore che ha fatto un’ora di strada fra metrò e passeggiata per vedere questa ciofeca, sequestra, pistola alla mano, il pubblico e gli attori e impone, “Re per una notte”, che si reciti la “sua” commedia, che si appresta a scrivere direttamente sul palcoscenico.
Girato in pochi giorni di riprese, quasi interamente all’interno della sala di scena, con poche inquadrature immobili sui corridoi vuoti e l’esterno del teatro, il film di Dupieux sorprende per la capacità di sfondare (e accentuare) la claustrofobia dell’ambiente grazie alla sapienza dei movimenti di macchina e del montaggio, oltre che alla verve proletaria e torrenziale di Raphäel Quenard, uno Yannick insolente, surreale, in equilibrio instabile fra una banalità grossolana e una follia esplosiva. Solo che la bravura di Quenard, alla lunga, sembra un po’ fine a se stessa, perché la sceneggiatura, da un certo punto in poi, non sa più che pesci pigliare, oscillando fra la pochade e la tragedia, fra le bizzarrie dadà del protagonista (che fanno un po’ troppo teatro di avant-garde, appunto) e l’esplorazione delle abiezioni prodotte dalla rabbia, dalla paura e dall’invidia in una situazione limite. Quello di cui di più si avverte l’assenza è la risposta del pubblico, in vero piuttosto apatico, e questa mancanza rende l’atmosfera artefatta, come il prodotto di un esperimento in laboratorio. A poco valgono i battibecchi fra Yannick e un vecchio, irritato dalla performance eccessiva del ragazzo e, anche se appaiono più sottilmente inquietanti le molestie ambigue del giovane ad una coppia e le avance a due ragazze un po’ impaurite, la risposta è comunque piuttosto fiacca. Più che spaventati o disorientati dai deliri di Yannick o dalla pericolosità della situazione, gli spettatori sembrano indifferenti, se non proprio annoiati, tanto che le risate finali, quando, alla buon’ora, la pièce del ragazzo viene messa in scena, paiono più di cortesia che altro. Poi Dupieux ha il merito (o la necessità) di staccare sul nero evitando il dramma, ma rimane il dubbio che un eccesso di intelligenza (o forse di presunzione) gli abbia impedito di scegliere una via definita nello svolgimento della vicenda e/o di scavare oltre alla esuberante superficie del suo protagonista per costruire un personaggio più complesso e problematico, qual era appunto Pupkin/De Niro in King of commedy di Scorsese. Così, paradossalmente, per evitare di sprecare l’effetto iniziale di spaesamento e di risultare troppo prevedibile, la storia che Dupieux ci racconta rimane sospesa più del dovuto e approda, suo malgrado, ad un esito piuttosto facile.
