Al Baraneya

Al Baraneya è un villaggio alle porte del Cairo, lì vive Amal con la sua famiglia. La ragazza è incinta, suo marito lavora lontano e giunge di rado. I due si trovano sul piano a cielo aperto di un edificio al grezzo, che forse sarà la loro casa, anche se non si vede nessuno lavorare allo stabile. Tutti così vivono affastellati negli spazi ristretti dell’abitazione di famiglia, con i criteri occidentali poco più di un rudere. Quando il sole non è ancora alto, la ragazza sveglia le sue sorelle per raccogliere fiori di gelsomino ed intrecciare collanine che cercheranno, con scarsi risultati, di vendere più tardi ai passanti. Gli uomini sono impegnati invece nel duro lavoro nei campi: manca l’acqua, la terra è arida, i debiti si accumulano. Ambienti compressi, azioni corali, sequenze che si collegano paratatticamente, senza un effettivo sviluppo drammatico. Macchina da presa dentro la vita delle persone nei dialoghi fra Amal e la nonna paralitica, nei giochi delle bambine, nelle fughe della ragazza al Cairo a trovare la sorella Rania, una ragazza disinibita, che lavora in un centro d’estetica, usa i social, veste all’occidentale esercitando un fascino seduttivo per Amal. E lampi di inquadrature stupende che scompaginano il neorealismo dominante dello stile: l’oro del grano macchiato dal giallo ancora più intenso di fiori selvatici sbocciati nel mezzo delle coltivazioni, mentre sullo sfondo brilla la parete azzurra di una casa. Non il banale contrasto fra estetismo ricercato e miseria, ma il semplice scorrere della vita con i suoi contrasti, i suoi dolori, la sua tenerezza. Le donne sono l’anima di questa comunità. Apparentemente sottomesse – quando gli uomini parlano d’affari sono relegate in cucina ad origliare, ma loro è la resilienza, la saggezza, la voglia di cambiare e la fantasia. La mamma di Amal spinge il marito a resistere alle lusinghe di un gruppo di acquirenti che vorrebbe acquistare la campagna del marito in nome della tradizione, ma anche del futuro, la nonna è la confidente di Amal e il suo punto di riferimento, la giovane vorrebbe cambiare la sua vita anche se incerta sul suo domani, un indecisione che è però tensione e desiderio ed infine le bimbe trasformano tutto in gioco, il cellulare della sorella maggiore è un miraggio, intanto si arrangiano con i pulcini e per esorcizzare la morte della nonna, giocano a fare i cadaveri riversi sul letto funerario. Equilibri fragili sul punto di spezzarsi per le sirene della modernità e i suoi pericoli, senza però la nostalgia per un passato non certo idealizzato, senza l’angoscia greve per un futuro che è un’incognita, ma anche una promessa. Che magari non sarà mantenuta.
Un piccolo bel film, che purtroppo nessuno riuscirà a vedere.

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