“Il vento si leva…”
È un verso di una poesia di Valery ed assieme il titolo di un indimenticabile film di Miyazaki e con Miyazaki e il suo sguardo sull’infanzia ha molto a che fare, per vie oblique, anche questo bellissimo film di Kore-eda, tratto da un manga e un’anime di Tastzuki Fujimoto. Ed è proprio un vento leggero, una brezza dispettosa proveniente da nessun luogo quella che, in questo film, fa volare yonkoma (le strisce di quattro vignette , cellula minimale di ogni manga) da una parte all’altra di una soglia: fra il mondo chiuso, catafratto di una hikikimori e la tenerezza complice e condivisa di una calda amicizia, fra realtà e sogno, tra la depressione cupa e il senso di colpa schiacciante del sole nero della malinconia e il lavoro del lutto: il lasciare andare l’altro, ma nello stesso tempo portarlo per sempre con sé.
Il film di Kore-eda è la storia di una amicizia fra due ragazzine che disegnano manga. Fujino è dinamica, intraprendente, vivace, autonoma, propositiva. Lei inventa le storie, dà vita ai personaggi, li muove e li agita nello spazio della striscia, Kyomoto, una hikikimori che la passione per i manga e il legame con Fujino sono riusciti a fare uscire dalla sua autoreclusione, è introversa, fragile, ma di una sensibilità profonda e disegna gli sfondi. Nella cultura visiva giapponese lo sfondo non è semplicemente il luogo neutro dove si stagliano i personaggi e si svolge l’azione, così come nella pittura ad inchiostro (sumi-e) lo spazio bianco del foglio non è l’indifferenziato che sta dietro il segno, ma ha l’energia generativa del possibile. Nei dipinti giapponesi non c’è un punto di fuga che gerarchizzi figura e campo in relazione all’osservatore esterno, secondo i modelli della prospettiva albertiana, ma il rapporto fra ciò che emerge in primo piano e ciò che si ritrae è ritmico, è un respiro. Così come Kore-eda mostra l’amicizia e il lavoro di Fujino e Kyomoto, così come è il contrappunto fra le scene in cui il regista riprende le due ragazzine immerse nei loro disegni nella camera di Fujino e i campi infiniti della natura giapponese: i rossi e i gialli dell’autunno, il rosa dei ciliegi, il bianco gelido dei panorami innevati, il verde brillante delle risaie mosse dal vento. Non quadri oleografici, ma orizzonti accoglienti che però assieme anche agiscono, vibrano all’unisono con i sentimenti e gli stati d’animo delle protagoniste. Nel mondo di Fujino e Kyomoto gli adulti sono presenze discrete e di secondo piano, c’è il maestro a scuola, compaiono a tratti i famigliari di Fujino mentre Kyomoto sembra del tutto abbandonata a se stessa, in compenso, come per i film di Miyazaki, il richiamo all’infanzia non è per Kore-eda un mitico ritorno all’innocenza, ma una questione fenomenologica di sguardo, una prospettiva diversa con qui inquadrare il mondo per vedere cose altre, cose che sfumano e si dissolvono per lo sguardo di un adulto.
Poi, come spesso può accadere nella vita, le strade di Fujino e Kyomoto si dividono: Kyomoto vuole guadagnare una vera autonomia, affrontare da sola quel mondo che la terrorizzava quando era autoreclusa nella sua cameretta e decide perciò di abbandonare il sodalizio artistico con Fujino che le aveva portate a diventare, poco più che adolescenti, affermate disegnatrici di serie di manga, per iscriversi all’accademia delle belle arti. Fujino, ferita dall’abbandono dell’amica, insensibile alle sue ragioni, continua a disegnare da sola, anche se non più con la stessa gioia. Ma l’indipendenza fortemente voluta da Kyomoto, per una casualità atroce, si trasforma in tragedia. E Fujino, che aveva spinto Kyomoto ad affrontare il mondo, ad uscire dal suo bozzolo, si sente responsabile della morte dell’amica. Qui il realismo lindo del cinema di Kore-eda si complica con un piano onirico/controfattuale. “Cosa sarebbe accaduto se?…” Ma, a differenza di quello che succede quando nei film di Miyazaki i personaggi si addentrano nei mondi fantastici che stanno al di là dell’incrinatura che incide la loro quotidianità ordinaria, non c’è soluzione di continuità fra l’immaginazione di Fujino e la realtà. Le due dimensioni si scambiano di posto attraversando una soglia – la porta della camera di Kyomoto – che, se all’inizio del film era la barriera che serrava ill disagio della ragazzina, ora segna il confine poroso di due livelli ontologici distinti, eppure comunicanti, come l’interno di una abitazione giapponese si apre all’esterno, al suo giardino, divisa eppure unita dall’engawa, il ballatoio che circonda la casa, aperta/chiusa dagli Shoji (le porte scorrevoli di carta di riso). Può risultare disturbante che Kore-eda mantenga lo stesso registro naturalistico fra i due piani, giocando sulla loro complicazione ed indistinzione e rischiando così di generare una confusione nella percezione dello spettatore con questi yonkoma che volano al di sotto della porta dal presente verso il passato e dal passato al presente, come un oggetto transizionale che mette in comunicazione sogno e realtà, desiderio e rimpianto senza che fra i piani diversi si stabilisca una gerarchia riconosciuta: non sappiamo, in verità, se sia il vento della realtà a far volare lo yonkoma nel sogno o viceversa. Non possiamo sapere quale dei due piani generi l’altro, così come fra sfondo e figura non c’è la priorità dell’uno che si afferma sull’altro. Quello che così Kore-eda sembra dirci (probabilmente non in termini strettamente freudiani, ma chi se ne importa, in Giappone i morti frequentano i vivi e gli dei abitano il quotidiano) è che il lutto per Fujino non trova la sua elaborazione nella pura fantasticheria consolatoria controfattuale, ma neppure si fissa nella desolazione della malinconia, quanto si risolve in questo intreccio di livelli che scorrono incrociandosi sulla stessa superficie. Solo in questo modo, facendo esperienza di questa virtualità sospesa e indecisa, si crea per Fujino la possibilità di un nuovo inizio, di una nuova sofferta potenzialità creatrice che è stata capace di introiettare il doloroso attraversamento della sofferenza, ma anche tutto ciò che Kyomoto è stata per l’amica. L’ultima inquadratura riprende di spalle Fujino, come quando era bambina seduta alla scrivania della sua camera, china sul suo computer che ricomincia a disegnare.
Come recitava la poesia di Valery: “Le vent se lève!.. Il faut tenter de vivre!!“
