Les jeunes amants

Si potrebbe banalmente dire – e lo suggerisce la stessa regista – che la storia d’amore tra un settantenne, intelligente, brillante, fascinoso ed una donna più giovane di una ventina d’anni avrebbe non eccezionali motivi di interesse. Rovesciare i ruoli comincia invece a suscitare una sottile pruderie, non certo però l’effetto ricercato da Carine Tardieu, che si muove invece dalle parti del miglior cinema di Lelouch, non bastasse Francis Lai nella colonna sonora, il richiamo esplicito alle scene finali di Un homme qui me plait, con la mai abbastanza compianta Annie Girardot, visto al computer dalla protagonista con la figlia e la nipote, è una dichiarazione d’affetto esplicita.
Da Lelouch Tardieu riprende la predilezione per i toni soffusi, il tratteggio delicato delle relazioni e, ammettiamolo, la capacità di evocare un pacato sentimentalismo che abita anche la quotidianità più banale.
Shauna (Fanny Ardant) e Pierre (Melvil Poupaud) si erano conosciuti molti anni prima, in situazioni tragiche. La donna assisteva in ospedale un’amica malata terminale, l’uomo, che si intuiva reduce da una disgrazia familiare, era il medico della paziente agonizzante. Un incontro fortuito di due persone alla deriva che aveva suscitato una scintilla di condivisione, un “non detto” che avrebbe potuto rimanere sepolto nel passato. Ed invece i due, fortuitamente, si incontrano di nuovo quindici anni dopo: Shauna è ora una donna anziana, ma libera, intelligente, promana ancora un fascino naturale, non esibito e per questo ancora più seducente, Pierre un cinquantenne sbadato – perde continuamente gli oggetti che la moglie materna (una sempre bellissima e brava Cecile de France, in vero un po’ sacrificata nella parte) puntualmente gli ritrova – medico brillante e, passatemelo, gran figo (un Pier Brosnan, meno plasticato e più intrigante). Complice la notte, le spiagge immacolate, la pioggia torrenziale irlandese – ecco un piccolo cedimento alla carineria: la sceneggiatura in modo un po’ funambolico ambienta l’incontro in uno scenario da sogno sulle coste irlandesi – scoppia l’amore.
Ma in fondo non è questo che interessa. La Tardieu evita di impantanarsi in astrusi psicologismi per giustificare il folgorante colpo di fulmine. Ci si innamora, càpita. L’età non c’entra. Quello che alle sceneggiatrici e alla regia preme di più è invece esplorare la sottile fibrillazione dei sentimenti che investe i due protagonisti: sorprenderne l’imbarazzo, seguirne le impacciate avance, cogliere la timidezza e l’eccitazione di due persone che non riescono a credere a quello che li sta capitando, che improvvisamente perdono la sicurezza e le certezze garantite dalla loro zona di confort – una apparentemente serena vita familiare per Pierre, una tranquilla vecchiaia, animata da feste con i nipoti e collaborazioni universitarie per Shauna – per ripiombare nelle ambasce goffe di due quindicenni alle loro prime esperienze amorose (Les jeunes amants, appunto). In questa parte, che è senz’altro la più toccante del film, Fanny Ardant dà il meglio riuscendo a trasmettere assieme lo stupore sconcertato per ciò che le sta accadendo e il risveglio angosciante e dolcissimo di sentimenti che sembravano sepolti: la paura di perdersi ed assieme il desiderio bruciante di lasciarsi andare. Un po’ più convenzionale sembra invece Poupaud. D’accordo che qualcuno doveva pur fare il primo passo, ma proprio il suo essere, dopo le prime ansie e indecisioni, più disinibito e sicuro nella seduzione, suggerisce involontariamente l’idea di una certa dimestichezza con il caso, producendo un effetto stridente nella narrazione, fino allora calibrata e discreta.
A questo punto il film poteva prendere verso due direzioni: puntare più l’attenzione sul contesto, sulle reazioni, nelle diverse gradazioni della mondana condiscendenza, del prevedibile biasimo o della facile ironia, che questa storia d’amore avrebbe provocato nell’entourage della coppia o insistere sullo scavo nei sentimenti dei protagonisti, tracciandone l’evoluzione: resistendo alla fascinazione dell’amour fou e provando a indagarne le ambivalenze e le fragilità. Purtroppo la sceneggiatura si avvia verso una scelta più facile. Premendo sull’acceleratore del melodramma (per una volta non vi racconto però come va a finire) spazza il campo dai mezzi toni, imponendo esiti eroici che, se possono essere congruenti con la premessa dell’amore folle, paradossalmente semplificano la complessità di una situazione emotiva che poteva essere in altro modo e con maggior finezza esplorata.
Ma, bisogna dirlo, non sta qui il limite maggiore del film, quanto nell’uso della colonna sonora. Di Francis Lai (shabadabadà, shabadabadà di un “Uomo e una donna” lo ricordate tutti ) abbiamo già detto, ma si può rubricare come un omaggio a Lelouch. Bisognerebbe invece che la legislazione europea ponesse sotto tutela i preludi di Chopin e la serenata S560 di Schubert nella trascrizione di Listz, come il falco pescatore e il gipeto, interdicendone per qualche decennio l’impiego cinematografico. Sono così abusati per sottolineare malinconia e amore sventurato che non appena le loro note si associano ad un immagine al cinema, il tutto è avvolto, loro malgrado, da una atmosfera stucchevole e posticcia, neanche si fosse nella pubblicità dei Baci Perugina. E Chopin e Schubert non meritano certo questa fine.
Ma questo è ancora il meno: il fondo è toccato quando le Variazioni Goldberg di Bach, la musica nella sua essenza più pura, più squisitamente formale, come dice Schopenhauer, estranea alla rappresentazione, emozionante in quanto assolutamente a-sentimentale, sono utilizzate per accompagnare il primo amplesso fra Shauna e Pierre.
No, no, non ci siamo.

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