Frammenti di luce

Suggestioni di luce aprono e chiudono circolarmente il film di Runar Runarsson. Dischi luminosi in una tenebra cieca sfilano veloci, quasi un’allucinazione ipnotica prima che un globo incandescente invada lo schermo riportandolo al buio. Poi ancora, in un’isola come l’Islanda di ghiaccio e fuoco, alla fine ritorna il contrasto fra oscurità e frammenti di luce nell’incresparsi di un magma freddo e opaco che sembra pulsare nelle sue profondità di una brace luminescente prima che, con l’innalzarsi dell’angolatura della mdp, la prospettiva si rovesci e il brilluccichio giallo-arancio si riveli come il riflesso di superficie del sole morente sulle acque scure dell’oceano. Nel mezzo una idea potente che Runarsson ha il merito di esporre in modo semplice, asciutto, pacato. Cosa può accadere se ciò che è più proprio, personale, intimo come il dolore ci è espropriato?
Una e Gunni sono amanti. Si sono conosciuti all’università, partecipano allo stesso gruppo musicale. La loro relazione è stata tenuta nascosta a tutti, ma il segreto è sul punto di sciogliersi. Gunni ha deciso di affrontare la moglie, Clara, rivelarle il suo nuovo amore e lasciarla. Solo che le cose non vanno come previsto. Un terribile incidente uccide il ragazzo prima che possa raggiungere la moglie e getta nella disperazione più cupa Una, disperazione ancora più sorda e devastante perché la sua vera natura deve rimanere celata al gruppo degli amici più cari e soprattutto alla moglie del suo amante. La dinamica narrativa è tutta qui e Runnarson riesce a contenere con compostezza, ma assieme approfondire il trauma incomprensibile di un gruppo di ragazzi angosciati e sperduti che si trovano per la prima volta di fronte alla morte, anche se la mdp si concentra soprattutto sul volto androgino di Una, interpretata con passione e sofferenza viva da Elin Hall. Un volto strano, che muta repentinamente espressione a seconda delle angolature di ripresa, apparendo ora come quello di uno ottuso e scorbutico ragazzaccio, ora con i tratti lievi ed eleganti di una porcellana orientale, contrasti che ben esprimono il tumulto di sentimenti che travolge la giovane, dalla speranza iniziale, alla tragica disillusione, dall’afflizione senza fondo alla rabbia dell’impotenza. Nel momento della rivelazione in un centro di soccorso dove si raccoglievano le prime notizie del terribile incidente che aveva coinvolto Gunni la mdp comprime l’inquadratura e azzera la profondità di campo per rendere assieme la concitazione generale e la pena solitaria di Una, per poi, quando si svela definitivamente la verità, porre fuori fuoco lo sfondo e fissarsi sul volto annichilito della giovane, sola con un dolore che non può neppure esprimere in tutta la sua profondità. Solitudine che era anche quella dell’ansia dell’attesa come in un’altra bella scena, quando la ragazza, di nascosto dai suoi amici, cercava freneticamente al telefono Gunni, chiusa in una specie di struttura di vetro e acciaio, come imbozzolata in un cristallo gelido di angoscia.
Quello che vuole mostrarci però Runnarson è proprio il lento fondersi di quell’involucro soffocante. Se il rito della proiezione delle vecchie foto del liceo di Gunni, al tempo in cui era sbocciato l’amore con Clara, viste e commentate assieme con nostalgia e ironia tenera dagli amici è ancora per Una fiele sulle ferite, a poco a poco, attraversando stadi di imbarazzante equivoco e lancinante fraintendimento, si inizia a stringere una sintonia fra Clara e Una. Il misconoscimento si scioglie in un riconoscimento tacito, di trattenuto pudore quando i volti delle due ragazze si confondono rispecchiandosi nel riflesso di una vetrata.
Si è sempre soli, disperatamente soli con il proprio dolore, questo sembra dirci l’esperimento evocato da Runnarson che esaspera questa condizione per renderla ancora più esplicita nella sua essenza. La fissazione sull’oggetto amato che non c’è più ci isola dal mondo infrangendo ogni legame, ed è spesso questa solitudine l’ultima remota parvenza che ci resta di colui che abbiamo amato. Proprio per questo, ci teniamo avvinti ad essa, prigionieri del suo vuoto. Il primo passaggio per poter prendere congedo da chi abbiamo amato è così uscire dalla gabbia paralizzante della propria disperazione, avere compassione di sé attraverso la compassione per gli altri che soffrono con noi. Forse così, in un silenzioso abbraccio, perché ormai non c’è bisogno di dire nulla fra Una e Clara, la tenebra attraversata dal fuoco del dolore che ancora brucia può iniziare a trasformarsi in un sole lontano che si spegne, dicendoci addio.

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