Film monumentale e spietato con lo spettatore che viene travolto da una marea di nozioni di fisica teorica, pagine e pagine di manuali di storia, intrighi nascosti, caroselli di scienziati e, nello stesso tempo, risucchiato in un gorgo lucido dentro la mente di Oppenheimer e al cuore dei dilemmi morali di un’umanità che gioca a dadi con il suo destino. Nonostante la complessità stratificata, la narrazione risulta però chiaramente decifrabile nella contrapposizione netta -scandita anche dalle scelte di alternanza fra colori e bianco e nero – costruita attorno al protagonista e al suo antagonista: Robert Oppenheimer e Lewis Strauss (Cillian Murphy e Robert Downey jr. che rivaleggiano in bravura, anche se di una incollatura la spunta il secondo). Il tormento di Prometeo e il cinismo del potere nascosto, relazione dialettica dove non tutto il bene e il male sono confinati in ciascuno dei due poli speculari, ma dove solo il loro interagire può accennare alla profondità delle questioni etiche evocate dal film.
Per una volta le architetture escheriane del cinema di Nolan, la sua sovrana indifferenza per una struttura narrativa lineare, i suoi andirivieni eccentrici nello spazio e nel tempo non sembrano fini a se stessi o volti a sconcertare lo spettatore meno smaliziato (e mandare in sollucchero chi invece ritiene di saperla lunga), ma si organizzano in una struttura rigorosa: tutti gli incastri combaciano, le simmetrie si riflettono l’una sull’altra e l’impressione generale è quella di una fluidità trascinante, un divenire musicale dove l’importante non è conoscere la partitura (chi sa riconoscere tutti i personaggi citati e ricostruirne a colpo d’occhio il loro ruolo nella vicenda?), ma lasciarsi assorbire dal flusso, nello splendore delle riprese IMAX, palpitanti nella colonna sonora incalzante di Ludwig Goransson che implode nell’unico momento di silenzio assoluto: l’esplosione di luce e fuoco dello scoppio della prima bomba atomica sperimentale ad Alamogordo, il buco nero verso cui precipita tutta la prima parte della narrazione e da cui si leva, come l’ombra oscura di una nube mortale, l’angoscia opprimente che domina la seconda.
Intendiamoci, non tutto funziona alla perfezione. Ci sono inceppi un po’ sconcertanti lì dove Nolan cerca di essere, chissà perché per un autore famoso per la sua enigmaticità, troppo esplicito. Possibile che gli sia venuto in mente di introdurre, come una premonizione sibillina dell’orizzonte di annichilimento totale, la famosa citazione dal Bhagavadgita: “Sono diventato morte, il distruttore di mondi” solo un attimo prima che il protagonista del suo film penetri la sua amante? Ed ancora, non prendetemi per sessuofobo, bastava e avanzava lo sguardo dolente e fiero di una bellissima Emily Blunt, nella parte della moglie del fisico americano, che assiste impassibile alla confessione del tradimento del marito, davanti alla commissione di inchiesta che lo sta demolendo, per mostrare l’abisso di umiliazione in cui stava precipitando Oppenheimer, senza bisogno di farcelo vedere nudo, cavalcato dalla sua amante che guarda lasciva la moglie. Ma insomma, in tre ore sono peccati veniali, dissonanze riassorbite nell’armonia dell’assieme. Quello che prevale è il forte senso di unità di un’esperienza, nonostante la problematicità dei temi affrontati, quasi più sensoriale che intellettuale, in linea con il miglior cinema di Nolan. Forse qui il segreto del suo sorprendente successo.