Un’ucronia. Scoperte medico-scientifiche rendono possibile la cura delle malattie più gravi e il rallentamento del processo di invecchiamento, utilizzando trapianti d’organi generalizzati. C’è il problema non indifferente dei donatori. Risolto producendo industrialmente dei cloni umani e allevandoli come depositi ambulanti di ricambi. All’inizio con molta gentilezza. In un collegio un po’ lugubre ragazzini e ragazzine crescono sotto l’occhio attento delle istitutrici, guidate da un amorevolmente arcigna Charlotte Rampling (molto brava), fra studio, giochi e piccoli e innocenti amori, come quello fra Kathy e Tommy, un ragazzino difficile, non proprio sveglio e soggetto a degli accessi d’ira. Ci sono anche grandi invidie e gelosie. La migliore amica di Kathy, la bella Ruth, nel più classico dei desideri triangolari, ruba Tommy all’amica. Si ritroveranno diversi anni dopo. Ruth ormai esausta per le donazioni d’organi, prossima ad esaurirsi, Tommy sulla buona strada, Kathy ancora risparmiata perché assunta come assistente dei futuri donatori, l’unico modo per dilazionare lo smembramento programmato. Tommy e Kathy, con la benedizione di una Ruth morente che confessa di aver rapito Tommy a Kathy per gelosia e paura di rimanere sola, coroneranno il loro amore solo per scoprire che la diceria che è possibile ottenere un differimento della morte per gli innamorati è una fola. E andranno incontro al loro destino.
La prima parte è la migliore, quando ancora rimane indeterminato il destino dei ragazzini nel collegio, la colonna sonora non è diventata petulante e i contorni dell’ucronia sono accentuati da uno spiazzamento temporale per cui gli anni ’70 in cui si dovrebbe svolgere la vicenda slittano di qualche decennio mostrandoci i contorni austeri di un Inghilterra fra le due guerre nei colori caldi e languidi della campagna inglese. Anche i ragazzini sembrano più nella parte: l’impacciata, ruvida timidezza di Tommy (Charlie Rowe), la dolcezza triste di Kathy (Isabel Meikie Small) e l’allegria e l’istintiva consapevolezza del proprio fascino di Ruth (Ella Purnell) sono ben resi dai giovani attori. Quando diventano grandi solo Carey Mulligan nel ruolo di Kathie risulta del tutto convincente. Keira Knightely e Andrew Garfield si sforzano, ma rimangono sempre un passo indietro, persi un po’ nei loro cliché: il broncio della Knightely (afflitta da una sventurata frangetta) e l’aria sperduta di Garflied . Forse il problema non è loro, sta invece nella implausibilità del soggetto, tratto dal romanzo di Ishiguro o almeno nel modo in cui è trattato dalla sceneggiatura. Da dove nasce il fatalismo dei cloni? È comprensibile che si aggrappino alle più improbabili leggende, come quelle del differimento della donazione per gli innamorati, ma non è congruente la libertà che la società concede loro con il loro destino crudele già segnato. Per metà film si aspetta un abbozzo di ribellione che si manifesterà solo, contenuto e rattrappito, nella rabbia impotente di Tommy dopo la rivelazione della loro fine certa. Il confronto con la lucida angoscia di Roy Batty in Blade Runner è impietoso. Poi, per altro, tutto ritorna nella normalità rassegnata. Nel collegio ai ragazzi erano state insegnate le buone maniere.
Il trattamento dell’immagine scelto da Mark Romanek ricalca l’esausta raffinatezza di Ivory, quasi a ispirarsi ad uno stile cinematografico “Ishiguro” tratto da Quel che resta del giorno. Il regista inglese ne accentua, se possibile, la deriva estetizzante stemperando così la disperazione dei giovani condannati in malinconia, scelta accattivante, ma che altera e in parte normalizza la più inquietante intuizione di fondo del romanzo di Ishiguro, oggi sempre più attuale: una metafora su una gioventù privata del futuro. Carey Mulligan, intensa e struggente, riesce a rendere credibile l’ultima scena, anche questa un po’ troppo costruita: un tramonto sulla splendida campagna inglese, lo sguardo che corre verso l’orizzonte alla ricerca del primo grande e ultimo amore scomparso per sempre, l’invadenza della colonna sonora, il primo piano su di un filo spinato. Non però la sua voce fuoricampo che istituisce un parallelo fra il destino dei cloni e quello degli umani. Nessuno penserà mai di aver vissuto abbastanza. Questo è vero, ma il confronto non regge, sembra quasi banale dirlo: nessuno sa di essere in quanto materiale a disposizione per la vita di altri. Non mi pare una differenza da poco. Mentre sembra molto forzata la relazione suggerita sotto traccia fra le dicerie che circolano fra i replicanti sulla possibilità di un differimento e i pietosi autoinganni dell’umanità (le credenze in in una vita futura come la religione o affini). E l’insistenza sull’aria sottomessa da agnelli sacrificali prossimi al macello dei cloni, rischia di spezzare l’empatia piuttosto che innescarla. Proprio l’assenza di una minima reazione davanti al loro destino di sacrificabilità, paradossalmente, sembrerebbe quasi giustificare la “non umanità” dei replicanti artificiali, rovesciando lo stesso assunto di partenza della narrazione. Rimane, grazie al volto malinconico Carey Mulligan, l‘ennesima variazione sulla storia di un amore romantico e sfortunato che avrebbe potuto essere, ma il destino cinico e baro ha congiurato contro. Certe scene, le corse su pontili edoardiani deserti protesi sul mare al tramonto o mentre una ragazzina ascolta rapita la voce di De De Bridgewater potrebbero rendere questa atmosfera. Ma che bisogno c’era di costruirci attorno un mondo distopico? Gli amori sbocciano, sfioriscono, non nascono o si ritrovano troppo tardi – purtroppo o per fortuna- anche per motivi molto più banali.
