The sense of an ending (L’altra metà della storia)

Siamo fatti di tempo e proprio per questo la nostra identità è indecisa e fuggevole. Il tempo passa. Ciò che rimane sono i ricordi ed il racconto che facciamo a noi e agli altri dei nostri anni. Ma i ricordi sono frammentari, imprecisi, parziali e il nostro racconto cerca di rabberciare il tessuto sconnesso del nostro passato, colmando i vuoti o rimuovendo – spesso inavvertitamente, talvolta consapevolmente – certi aspetti poco piacevoli. Abbellendo, semplificando, alterando. Un racconto ripetuto tante volte da poter apparire convincente, ma non per questo sempre affidabile.

Tony Webster, un anziano e solitario proprietario di un negozio di fotocamere usate, riceve una strana lettera che lo proietta nel suo passato. Sarah, la madre di Veronica, il suo primo amore, morendo gli ha lasciato in eredità il diario di Adrian Finn, un suo vecchio amico che poco dopo aver stretto una relazione con la ragazza di Tony si era suicidato. Cosa ancora più strana, Veronica, incurante delle indicazioni testamentarie, si rifiuta di consegnare lo scritto a Tony. Un meccanismo un po’ complicato che serve a Rithes Batra per costruire un andirivieni fra i ricordi di gioventù di Tony, colorati dalla luce dorata della malinconia, e il suo presente diviso fra le incombenze quotidiane, l’assistenza alla figlia che, anche se single, ha scelto di avere un bambino tramite una inseminazione artificiale, e il tentativo del vecchio di comprendere le motivazioni delle reticenze di Veronica. Sequenze riprese con un’illuminazione più fredda, sui toni dominanti del grigio che ben si adatta alla piattezza mediocre della vita di Tony. Non è però solo questione di scelte di fotografia, è interessante anche il mood che Batra richiama per ritrarre il passato del protagonista, o, visto che i ricordi sono sempre in soggettiva, evocati secondo il punto di vista dell’anziano signore, quel passato che Tony richiama alla mente e condivide idealmente con lo spettatore. Le scene del college dove Tony conosce nell’ultimo anno di corso Adrian – un giovane brillante, profondo, anticonformista e disilluso-  e quelle del suo innamoramento per Veronica richiamano volutamente un immaginario cinematografico (e letterario) quasi stereotipato. Da un lato quello dei Boarding School Movies, con gli alunni in divisa, gli ambienti austeri e la disciplina severa, la solidarietà complice fra gli studenti, le schermaglie intellettuali con i professori e l’eccentricità adolescenziale scambiata ingenuamente per ribellismo eversivo; dall’altro i Swinging Sixties, la scoperta di una nuova socialità e di una nuova libertà relazionale e sessuale, ma assieme l’inerzia di condizionamenti sociali e tabù difficili da superare. Ma decidersi per stilemi riconoscibili non è indice di pigrizia e di mancanza di inventiva della regia. L’operazione di Batra è anzi molto raffinata ed ha che fare proprio con la manipolazione del passato che, inconsciamente, la nostra memoria elabora. Come Batra ci mostra, presentando i ricordi soggettivi di Tony, un’immagine, affascinante, ma edulcorata e in fondo di maniera degli anni’60, così spesso la memoria riaggiusta ed adatta i ricordi, ricostruendo cornici rassicuranti, colorando dell’aura della nostalgia gli anni andati anche in virtù di uno scivolamento dissimulato, pure a noi stessi, dal rimorso al rimpianto. Ma questa operazione riesce, il più delle volte riesce, perché, per motivi comprensibili, siamo noi i principali, anche se non sempre attendibili, esperti riguardo al  nostro passato. Se però, come accade al protagonista del film, ci si imbatte in una versione antagonista, meglio se suffragata da dati inoppugnabili, in questo caso una lettera ignobile e accortamente rimossa dalla versione dei fatti di Tony, la nostra identità personale comincia a vacillare. J.Broadbent, un po’ in difficoltà nelle prime scene, troppo naturalmente simpatico e umano per mostrare la ruvidezza scostante di Tommy, è invece perfetto nel tratteggiare il disorientamento di questo vecchio chiuso nel suo tran-tran autorefernziale, auto centrato e poco empatico con gli altri che scopre in età avanzata, un periodo in cui ciascuno preferirebbe essere serenamente lasciato in pace, la fragilità delle artificiose costruzioni su cui poggia la sua identità. Charlotte Rampling, una gelida Veronica matura, non si sforza troppo per apparire sferzante e acida, cosa che le riesce naturalmente. Molto buone anche le interpretazioni degli attori nelle parti secondarie, come spesso accade per i film inglesi, con una menzione particolare per Harriet Walter nel ruolo di Margareth, l’ex moglie di Tom, che riesce ad essere assieme volitiva e materna, comprensiva ma asciutta, senza sentimentalismi svenevoli.
Poi la sceneggiatura sceglie un finale più conciliante ed irenico rispetto al caustico disincanto di Barnes, dal cui romanzo The sense of an ending deriva il soggetto del film. Il Tony di Batra e dello sceneggiatore Nick Payne è un uomo che ha fatto i conti con il suo passato e trovando un nuovo senso nel ruolo di nonno, vede nel frugoletto della figlia la possibilità di una proiezione verso il futuro; quello di Barnes, più cinicamente, ma forse più credibilmente riflette sul fatto che “Si arriva alla fine della vita, no, non della vita in sé, ma di qualcos’altro: alla fine di ogni probabilità che qualcosa in quella vita cambi”. Ma a ben vedere, nella casualità dell’esistenza— un’esperienza, come chiosa Barnes, per lo più sopravvalutata — la distanza fra l’accettazione responsabile e la rassegnazione consapevole è più breve di quanto si possa pensare.

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