C’è una vecchia querelle nella psicoterapia fra l’approccio freudiano dove l’analista è freddo, distaccato, impenetrabile, apparentemente insensibile alle richieste del paziente, al suo bisogno di un coinvolgimento emotivo e la terapia cognitivo-comportamentale che prevede un terapeuta cooperativo ed empatico con il paziente con cui collabora a carte scoperte per la soluzione dei suoi disturbi. Ulisses Veron (Ricardo Darin), un affermatissimo psicoterapeuta argentino, sembra combinare con spregiudicatezza inventiva le due scuole. È direttivo e opaco, lascia i suoi pazienti completamente all’oscuro (non in senso figurato: li benda per giungere alla soluzione dei loro casi) rispetto alle sue metodologie cliniche, ma nello stesso tempo è tutt’altro che neutrale, interviene pesantemente nelle loro vite in modo indiscreto e intrusivo. Una donna si sente bloccata dal rapporto con una madre autoritaria che l’ha sempre castrata e umiliata? Niente di meglio che farle leggere, difronte alla genitrice allibita, una lettera di denuncia spietata – appositamente scritta per lei dal terapeuta – in cui la donna può scaricare tutto il fiele accumulato da una vita. Quando però deve affrontare il caso di un autore famoso, Martin Bouchard (Diego Peretti), in crisi di creatività, le cose diventano più complesse, perché dalla lettera di accuse, Ulisses passa, con un macchinoso ed improbabile espediente di sceneggiatura, a scrivere direttamente e ad insaputa di Martin il suo nuovo romanzo. Parte come una commedia spiritosa il film di Hernan Golfrid inanellando una serie di sketch divertenti sulle pratiche psicoterapeutiche eterodosse di Ulisses, ma avrebbe anche le potenzialità per diventare qualcosa di più. L’incontro fra Veron e Bouchard non è solo il confronto fra due grandi attori entrambi in stato di grazia, ma assieme anche una sfida che potrebbe celare un tentativo dissimulato di seduzione reciproca e forse una scanzonata riflessione sul rapporto fra vita e arte un po’ sulla scia di Woody Allen di Bullets over Broadway. Contando sulle strampalate procedure creative di Bouchard, che si ubriaca la notte per scrivere in stato di ebrezza e poi rivedere le bozze da sobrio il mattino, Veron si introduce nottetempo nella casa dello scrittore per sostituire alle corbellerie buttate giù sotto i fumi dell’alcol dal romanziere una nuova versione scritta di suo pugno. Fino a qui è lo psicoterapeuta che mantiene l’iniziativa, gioca come un demiurgo onnipotente con il suo paziente ingannandolo “per il suo bene” mentre schiva le attenzioni seduttive di Martin che fin dal loro primo incontro aveva vanamente cercato di esercitare il suo fascino magnetico sul terapeuta. Solo che le sferzanti critiche scagliate da Bouchard contro lo scritto – che credeva essere suo, mentre invece era di Ulisses – pungono sul vivo l’analista più di un insuccesso terapeutico e lo spingono a cercare di migliorarlo parlando nei suoi nuovi interventi– secondo il consiglio implicito del romanziere –di ciò che meglio conosce, e quindi di se stesso e della propria pratica terapeutica non solo per risolvere a suo modo il caso, ma anche per corrispondere alle aspettative di Bouchard nel più plateale dei contro-transfert. Quando la narrazione prende questa nuova piega, l’accentuata teatralità delle riprese di Golfrid e di una fotografia troppo smaccata nella invadenza di una illuminazione innaturale, che all’inizio del film dava piuttosto fastidio, cominciano ad assumere un senso, virando verso un’accentuazione dei toni acidi e dark che scivolano verso il thriller mentre si apre lo spazio per un’ambiguità intrigante nei rapporti fra analista e paziente. Chi manipola e chi è manipolato in questo gioco di maschere? Ma sceneggiatura e regia perdono questa occasione, ripiegano frettolosamente nella confort zone di una commedia leggera per giungere ad una conclusione piuttosto raffazzonata, ma rassicurante che non ibridi troppo i generi. I richiami hitchcockiani a Rear Window appaiono così come innocue strizzate d’occhio e gli echi alleniani di You Will Meet a Tall Dark Stranger suggeriscono solo trucchi di sceneggiatura, piuttosto che diventare stimoli per esplorare nuove situazioni. Siccome so che i miei lettori amano i termini desueti, volendo utilizzare una serie di epanortosi possiamo dire che una Terapia creativa rimane comunque un film simpatico anche se di scarso peso specifico, incentrato sulle interpretazioni esuberanti di Darin e Peretti che però talvolta, quando la regia si trova a corto di idee, rischiano di gigioneggiare per salvare il salvabile, a volte molto divertente – da rivedere la scena esilarante con Ulisses che incontra il fidanzato psicologo della figlia – ma che trova il suo limite proprio nella ricerca un po’ troppo compiaciuta del bozzetto brillante a spese dell’asse narrativo. Con un piccolo rimpianto per quello che, con un po’ più di coraggio, avrebbe potuto essere.
