Leo è un artista geniale e tormentato. Sappiamo che è geniale perché è tormentato (e Pallaoro insiste didatticamente su questo concetto con la correità di Marinelli). Se si dovesse invece giudicare dalla musica che arrangia o suona (Leo è un producer musicale affermato) si dovrebbe parlare, nella migliore delle ipotesi, di un mediocre mestierante. Vive in un appartamento sterminato in una città presumibilmente inglese a giudicare dalla posizione di guida della sua Jaguar XJS, fra quadri astratti che hanno la metratura di uno studio parigino e trofei di caccia – pelli di fiera e zanne d’elefante- presumibilmente non frutto di safari a cui ha partecipato, dato che Leo è afflitto da un mal di schiena inabilitante. Proprio durante una crisi acuta arriva Anne (Alice Vickander) – (medico di guardia, infermiera… boh) a somministrargli degli antidolorifici e innamorarsi perdutamente del musicista (si sa, l’artista geniale e tormentato, incontra). C’è da dire anche che Leo, ad onta del mal di schiena che lo tormenta, tromba come Apollo e anche questo aiuta. Alice, nonostante o forse proprio perché lui la tratta come un cafone fatto e finito, si insedia a casa sua, a mezza via fra crocerossina, pusher di medicinali vietati e servetta tuttofare che ripara anche e con la raffinata tecnica giapponese del Kintsugi tazze rotte (qui c’è una sottile metafora che lascio alla vostra perspicacia). In compenso la donna spia, attraverso usci socchiusi e schermi di vetro traslucidi, Leo, in solitario o quando lo viene a trovarlo Ava (Susan Sarandon, povera Susan, la formidabile interprete di Atlantic city, The Rocky Horror Picture, Thelma e Luise, coinvolta in questo naufragio ), una star assoluta del panorama musicale che ha deciso di pubblicare dopo anni un disco con la collaborazione di Leo. Proprio queste situazioni, e altre analoghe, offrono a Pallaoro l’occasione di costruire inquadrature ricercate quanto l’appartamento di Leo — patinate come una rivista da volo intercontinentale —, perché, si sa, gli artisti geniali e tormentati non possono essere ripresi in modo piatto, a camera frontale. Durante i loro incontri Leo e Ava, fra un cazzeggio e l’altro – di lavorare si parla poco visto che Leo è per lo più dolorante o fatto – distillano perle di saggezza: “solo il dolore può produrre l’arte” e, senza modestia, Leo è molto tormentato e sofferente. Poi Anne, ad un certo punto, se ne va – non si sa bene perché o forse mi sono, comprensibilmente, distratto – e Leo giustifica il loro abbandono con il dilemma del porcospino; lui o Pallaoro devono averlo letto su Strano ma vero nella Settimana enigmistica perché non sanno che ha un’origine nobile, i Parega e paralipomena di Schopenhauer. I porcospini d’inverno si avvicinano per scaldarsi l’un l’altro, ma avvicinandosi sempre di più si pungono e allora si allontanano. Metafora usata a casaccio, sarebbe andata meglio quella del porcospino egocentrico e narcisista e di un pulcino (Alice Vikander, carina e veramente brava a portare avanti con dedizione e questa parte insostenibile) inguaribile masochista, grazioso, indifeso, non proprio una cima, che gode nel farsi trapassare dagli aculei del porcospino. E allora, un bel po’ di questa lagna e finalmente non si sa come (vedi sopra) viene prodotto il disco. Anche Anne viene alla festa per il lancio dell’opera che si tiene nell’appartamento di Leo. Anne è defilata, timida, impacciata, ma non appena a Leo scivola il ghiaccio che voleva mettere nel secchiello per lo champagne eccola, con uno slancio di intraprendenza, prona a carponi per raccoglierlo. Tratto da una sceneggiatura incompiuta di Bertolucci, apparentemente, ha qualcosa in comune con Ultimo Tango a Parigi: un appartamento claustrofobico, un uomo e una donna che si incontrano per caso e si coinvolgono in un rapporto tossico, ma lì il centro del film è l’evoluzione dei personaggi, il ribaltamento tragico della loro relazione di amore e potere, qui tutto è monocorde, piatto, antidialettico, oltre che vietamente maschilista. Poi lascio a voi scoprire il finale che rilancia e rincara, sembrava impossibile, il mood del film, oltrepassando nel momento di maggior pathos il limite del ridicolo, basti solo un riconoscimento sentito per l’abnegazione e la professionalità di Alice Vikander che porta a compimento, bevendo l’amaro calice, una scena inguardabile in un tripudio kitsch: la menzogna nell’arte, offrire, anche attraverso un apparente provocazione il simulacro di un’esperienza estetica per suscitare facili emozioni. Oltre che il riso dei pochi non addormentati in sala.
