Non fatevi ingannare dalla lotta di classe. Quella è già finita da un pezzo con vincitori e vinti. Possible Love è un film di vampiri e di pornografia dello sguardo.
Un film che ha, come già accade nel bellissimo precedente film di Lee Chan-dong Burning, una lunga prima parte penitenziale dove non accade nulla, o meglio, ciò che narrativamente succede, un altro regista avrebbe potuto risolverlo in poche sequenze. Ye-ji , una giovane ricca cineasta di grandi ambizioni, belle speranze, nobili intenti vuole girare un film sui “morti”, gli operai licenziati di una grande fabbrica coreana costretta dalla pressione della concorrenza globalizzata a ristrutturare operando grandi tagli sul personale. Chi già aveva visto l’anno scorso qui a Venezia No Other Choise dell’altro grande maestro del cinema coreano Park Chan-wook sa cosa vuol dire la perdita dell’impiego per un lavoratore coreano: la perdita della dignità, della stessa identità personale. Gli operai si ribellano, proclamano un grande sciopero, una pacifica occupazione delle fabbriche che crea una nuove forme di solidarietà, una nuova idea di comunità. Tutto è inutile. Con lodevole impegno Ye-ji vuole raccontare tutto questo, con i fondi del sindacato sconfitto anche se è moglie di un tycoon miliardario. Per entrare nel vivo della vicenda la donna intervista e stringe amicizia con Mi-ok, la moglie di Ho-seok, uno degli operai licenziati, un personaggio chiuso, burbero, introverso, carico di una rabbia che sembra dover esplodere da un momento all’altro. Per raccontare gli incontri fra Ye-ji e Mi-ok, le cene che uniscono le due coppie di abissale differenza sociale, i sorrisi e le confidenze reciproche fra le due donne, i silenzi imbarazzati o indifferenti degli uomini, Lee Chan-dong si prende una buona ora e mezza e lo fa per costringere lo spettatore a distanziarsi dall’intreccio e concentrarsi sui movimenti di macchina, l’avvicinarsi e l’allontanarsi della prospettiva, sui tagli dell’inquadratura e la scansione del montaggio che rivelano, molto più di quanto possano fare i dialoghi, spesso prevedibili e banali, il mutare o il fissarsi dell’espressione dei volti, le posture e il linguaggio del corpo dei protagonisti (tutti superbi). Per spingerlo ad indagare che cosa nasconde l’allegria ingenua di Mi-ok, l’amabilità gioviale e divertita di Ye-ji, il dolore soffocato, l’essere costantemente fuori posto di Ho-seok , la cortesia, l’eleganza, l’humour di Sang-woo. E immaginare cosa celino i silenzi di Cheol, il figlio della coppia povera, un bambino taciturno, educato come un soldatino svizzero, nel cui volto non si coglie il confine fra tristezza e inespressività. Per indurre lo spettatore a percepire il non detto, le speranze, e i desideri velati e contrapposti. Il film di Lee Chan-dong è parte di un grande progetto affidato a 10 registi diversi che dovrebbero ripercorre a 30 anni distanza i 10 capitoli del Decalogo di Kieślowski. Quello affidato a Lee Chan-dong riguarda il decimo comandamento: non desiderare la roba d’altri. Che cosa desideri, con un candore innocente e senza colpa, Mi-ok è fin troppo evidente: la vita brillante, i costosissimi abiti firmati – che però, con sano buon senso, consiglia alla nuova amica di non indossare quando va a filmare dei disoccupati sconsolati- i ristoranti stellati, le magioni sontuose della coppia dei suoi “nuovi” amici. Quando giunge nella casa di famiglia al mare di Sang-woo confessa estasiata con innocenza disarmante che le sembra di vivere: “all’interno di un romanzo che non ha mai letto”. Ma cosa desidera Ye-ji che ha tutto? In realtà, già lo si poteva intuire, ma Lee Chan-dong lo mostra in modo spietato nell’ultima parte dove tutto precipita con lentezza estenuante fra seduzioni ambigue e complicità fasulle. Ogni inquadratura, ogni scavalcamento di campo, ogni battuta sarebbe da studiare, qui una sola sequenza emblematica. Ye-ji è riuscita finalmente nel suo intento di attirare in un ambiente chiuso, quasi un laboratorio asettico di studio, i suoi nuovi “amici” per “osservare” e filmare la coppia in momenti di rilassata e “spontanea” intimità. Grazie alla nuova familiarità raggiunta ha ottenuto finalmente che Ho-seok racconti la sua storia: un racconto drammatico di umiliazione e violenza, picchiato selvaggiamente dalla polizia allo sgombero dell’occupazione, di rabbia e sconfitta. Il riemergere dei demoni dei suoi ricordi turba profondamente l’uomo che fugge disperato verso la spiaggia idilliaca della villa e si abbandona ad una furia impotente davanti agli occhi attoniti e alla disperazione della moglie che lo vede di nascosto e non può fare nulla per aiutarlo. Poi Lee Chen-dong allarga il campo dell’inquadratura mostrando Ye-ji impegnata a filmare la scena. Ciò che Ye-ji desidera e risucchiare nella mdp il dolore, lo sconforto, ma anche le piccole gioie e le buffe naiveté delle sue cavie che fanno tanto pittoresco e ben contrastano con la drammaticità di altri momenti. In fondo è arte, no? E nel suo atteggiamento non c’è neppure ipocrisia, come la cordialità altera, la benevolenza supponente del marito non vogliono rimarcare una superiorità sui poveri Mi-ok e Ho-seok. È come se la coppia patinata e cortese appartenesse ad un altro mondo, ad una altra specie vivente.
Quando però tutto sembra giocato Lee Chan-dong si concede un guizzo imprevisto: un piccolo sarcastico colpo di scena che è un bizzarro riscatto e ha a che fare con Cheol e un fischietto. E, può anche essere che Mi-ok e Ho-seok, sopravvissuti al castello di Dracula, in un rarissimo momento di serenità davanti alla stessa luna di una notte lontana possano riscoprire un nuovo amore possibile.
