La bête

Una non precisata catastrofe prossima ventura intorno al 2025 (ci siamo…) ha messo in serio pericolo l’umanità che si è salvata solo con l’ausilio, un po’ invadente, dell’intelligenza artificiale. Il risultato è un mondo deserto, dove gli umani sembrano ritrovarsi solo in discoteche a tema sui decenni del passato (anni 70’, 80’, ‘60) o altrimenti all’esterno con comode maschere respiratorie integrali (qualche velata allusione al covid?). Il problema più grave è la disoccupazione, o meglio la sottooccupazione. Gli umani hanno questo inguaribile difetto di provare emozioni che interferiscono spiacevolmente sulle decisioni e le procedure. Ebbene sì, siamo ancora alle prese con una tecnologia brutta e cattiva, anzi, seducente e benevola che vuole finalmente dare una spintarella ad un’evoluzione pigra che nonostante un milione di anni non ha ancora fatto piazza pulita degli svantaggiosi, in termini appunto evolutivi, moti del cuore. Non proprio da gran premio dell’originalità: Evgenij Zamjatin, Aldous Huxley, Philip K.Dick, Don Siegel e chi più ne ha più ne metta), ma andiamo avanti. Perché Bonello, intuirebbe anche che quello che per il nostro animo romantico appare come un orrore distopico (la bestia di Henry James, appunto) è stato invece l’ideale di perfezione per filosofi ed intere culture. Cos’era, in fondo, l’aspirazione suprema del saggio stoico ovvero il risultato del calcolo razionale dei piaceri del filosofo epicureo se non questa serenità costante e inalterabile? E l’ascesi del buddismo non ha come obiettivo la vacuità, la presa di congedo dai desideri e dalle volizioni del nostro io apparente per sciogliersi nel Nirvana? Ma Bonello evita di problematizzare la questione e sceglie la via più semplice di inseguire un amore impossibile, correndo a ritroso nel tempo, lungo le diverse stratificazioni seppellite nell’ inconscio della protagonista, sottoposta al trattamento di purificazione delle emozioni. Karma, possibili reincarnazioni, simbologie allusive, piccioni e maghe, situazioni che si ripetono, deja vu, simmetrie e ovviamente spreco di flashback e flashforward. E poi, visto che neppure Bonello ci si raccapezza più, c’è sempre la scappatoia di non spostare mai la macchina da presa dal volto di Lea. Che, per carità, è sempre un bel vedere, ma non compensa un soggetto piuttosto trito, una sceneggiatura pasticciata, una regia che non ha certo nel ritmo il suo punto di forza.

 

 

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