Immagino che la cosa possa interessarvi molto relativamente, ma il vostro umile recensore si trova in forte imbarazzo nello scrivere queste noterelle sull’ultimo film di Nanni Moretti, un autore che ho amato visceralmente, difendendo a spada tratta tutta (o quasi) la sua produzione, cercando sempre di cogliere in ciascun film qualcosa di buono, di stimolante, o quanto meno divertente. Solo che, proprio in questa veste, mi sono trovato una volta a discutere con Matteo Marchesini per controbattere con sdegno e dovizia di argomenti la sua supponente definizione di Moretti come un regista di sketch. Ecco, davanti a quest’ultimo film, devo dire che mi troverei un po’ più in difficoltà a contrastare quella sferzante accusa, non perché in Succederà questa notte non ci sia una storia portante, sviluppo dei personaggi ed intreccio, ma perché, ciò che alla fine sembra restare di tutto questo, sono bozzetti, magari simpatici, ma un po’ fine a se stessi.
Come l’avvio della vicenda. Oslo, due giovani sposi, lei bellissima norvegese incinta, lui italiano, si capirà nello sviluppo della vicenda, piuttosto imbelle, sono in una sauna con la madre di lui. La donna, amorevole e spudorata, invece di godersi il calore avvolgente dell’ambiente, sente la necessità di spiegare alla ragazza che non è altro che una bella bambolina, incapace di tirar su un bambino e che quindi urge che la coppia si trasferisca in Italia dove c’è chi ha più pratica, competenza e cervello. La ragazza manda ragionevolmente a quel paese la suocera invadente, ma nella sequenza successiva ci si ritrova all’aeroporto, la famiglia italiana schierata come un plotone di esecuzione ad attendere i novelli sposi e pronta, non appena si aprono le porte automatiche della Sala Arrivi, a fagocitare il neonato, inghiottito e digerito dai parenti adoranti, ça va sans dire del tutto indifferenti alla neo-mamma. Due scenette divertenti, niente da dire, che poi avranno anche una qualche funzione narrativa, ma innegabilmente costruite per ottenere un facile effetto, giocando su cliché abbastanza scontati (la mamma italica inopportuna e impicciona, la famiglia allargata caciarona, il figlio debole e mammone ecc.). Certo il film di Moretti non è tutto qui, probabilmente mi avrà preso male, ma queste ed altre sequenze introduttive (vogliamo parlare dell’imbarazzante viaggio del figlio che accompagna il padre, esuberante vecchietto e tombeur de femme, viagra permettendo, al concerto di Bruce Springsteen?) mi sono sembrate inutilmente accattivanti, quasi ruffiane, non proprio ciò che ci si aspetterebbe da un regista solitamente austero e non proprio condiscendente con lo spettatore.
Il film poi parla di tutt’altro. Parla di un amore assoluto, rilanciato a distanza, con scadenza di sette anni in sette anni. Parla della casualità degli incontri, dell’intempestività delle situazioni, della asincronia delle nostre vite per cui incroci decisivi della nostra esistenza accadono a volte troppo presto, a volte troppo tardi. Parla del dovere delle scelte, del peso insopportabile delle rinunce, ma anche della necessità di accettare la felicità quando accade. Ne parla con un tono leggero, ma non frivolo, rimanendo sospeso fra dramma e commedia, cosa che non sarebbe in sé un male, anzi, solo che quest’esito sembra più il frutto di una oscillazione irrisolta che di una scelta consapevole.
Matteo (Louis Garrel) – il mammone di prima – sta giocando a tennis con il fratello, ma la partita viene interrotta dall’arrivo di una bellissima donna elegante, Greta (Jasemine Trinca) che spigliata e sicura di sé subentra al fratello e gioca un game con il protagonista, lasciandolo a 0. Poi con la stessa disinvoltura con cui era entrata in campo se ne va e raggiunge la cerimonia del suo matrimonio. Coup de foudre e amore impossibile. Moretti qui ha un colpo di genio e per enfatizzare lo stacco che crea nella vita di Matteo questo incontro, per amplificarne il valore apocalittico (nel senso biblico del termine) duplica questa situazione, già di per sé abbastanza incredibile, nella cronaca immaginifica che ne fa a posteriori il fratello di Matteo. Il racconto nella sua rielaborazione iperbolica, materializzata davanti ai nostri occhi, si colora di toni favolistici, da Mille e una notte, assume contorni leggendari, con la sposa accompagnata dai paggi che le reggono il velo mentre corre agile come una gazzella sul campo da tennis. È un piccolo dono surreale (Marchesini, a torto, avrebbe detto un altro sketch) che rimane sospeso al centro del racconto per indicare l’ingresso nella cruciale avventura della sua vita di Matteo. Si dovranno però attendere quattordici anni perché l’occasione per Matteo e Greta si ripresenti – lasciamo a voi scoprire la tappa intermedia che pare abbia più che altro la funzione di introdurre il carattere problematico della figlia di Greta. Matteo e Greta, entrambi felicemente sposati, entrambi assorbiti dalle loro vite apparentemente serene, si ritrovano e, in modo abbastanza inspiegabile – ma cosa c’è di spiegabile in fondo nell’amore? – la scintilla si riaccende. Matteo è rimasto cristallizzato all’incanto di quel giorno lontano nel campo da tennis, Greta è invece catturata da questo stalker cortesemente insistente e si scatena una relazione appassionata e travolgente. Garrel e Trinca sono adorabili, fervidi, insaziabili di baci e amplessi, niente da dire sul loro conto. I due amanti vivono la loro relazione in una dimensione parallela, dove esistono solo loro due e il loro amore, fisicamente nell’appartamento vuoto del padre di Matteo, opportunamente defunto per troppo sesso, viagra e Springsteen. Ma il mondo esterno – e potrebbe essere in maniera diversa? – li assedia con le convenzioni, i doveri, gli obblighi. Matteo vorrebbe rompere con tutto il suo passato, riconquistare il suo sogno, Greta è lacerata fra la passione e la necessità di rimanere vicina alla figlia che sta attraversando un momento difficile. Tutto sembra molto concreto e reale, eppure, tutto appare poco convincente. Se ne accorge anche Moretti che attinge al suo immaginario cinematografico per dare verve e un tocco di stravaganza ad una vicenda che si stava incanalando su binari piuttosto prevedibili. E così vediamo Michele Apicella/Garell esultare per un canestro strappato in una partita fra ragazzini (pari, pari ad una scena di Caro Diario) e Matteo e Greta in una coreografia alla La La land, danzare sulle note degli Stones di She’s a Rainbow (scelta musicale, per altro fantastica). Sequenze divertenti e, almeno la seconda, sorprendente, ma, diciamolo, come le giudicherebbe Matteo Marchesini? Mentre il problema è forse quello di aver voluto mantenere, pervicacemente, una focalizzazione interna, tutta concentrata sul punto di vista degli amanti, senza allargare il campo di visuale, senza far notare il contrasto fra la percezione di unicità, di eccezionalità che i protagonisti vivono della loro esperienza e la banalità piuttosto scontata della loro vicenda. Una relazione extraconiugale e clandestina come ce ne sono tante. È la messa a distanza, l’opera di straniamento, di distacco emotivo che fa profondo e problematico il cinema di Rohmer, che Moretti dovrebbe amare. Se manca questo slittamento, il pericolo è quello di rimanere prigionieri dell’illusione romantica dei propri personaggi, invischiati nel miraggio di un amour fou, con il rischio però di sconfinare – lo corre il finale che riesce ad essere assieme pretenzioso e stucchevole nell’ennesima ripetizione dell’incontro casuale fra i due– più che dalle parti di André Breton, nei paraggi di una soap opera.
