Mastermind

Billy il bugiardo si è sposato con Alana Haim che ha mollato il ragazzotto impertinente di Liquorice Pizza e, nonostante Gary Valentine non fosse certo un ottimo partito, non ha neppure fatto un buon affare a giudicare dall’indifferenza spenta che caratterizza la sua espressione fin dalle prime scene (un peccato che la sceneggiatura non dia più spazio a questa splendida attrice). Adesso Billy si chiama James (JB anche in famiglia) ed è papà di due ragazzini un po’ eccentrici o meglio scentrati, uno patito per indovinelli matematici esageratamente ingarbugliati, l’altro ghiotto di schifezze alimentari. Ma la paternità non ha dischiuso la soglia dell’età adulta e James continua a vivere in un mondo tutto suo. Però, a ben vedere, il nostro protagonista è anche parente neppure troppo alla lontana di Alvin di Prendi i soldi e scappa, di Sonny di Quel pomeriggio di un giorno da cani e forse anche di Benjamin, se il Laureato non avesse avuto la fortuna di trovare Mrs.Robinson e figlia (o forse, a giudicare dall’espressione perplessa di Dustin Hoffman nell’ultima inquadratura del film, questo è il sequel dissacrante).
Primi anni ’70, James vive in una cittadina del New Jersey, visita con assiduità il museo locale dove trafuga statuette in legno per testare il sonno dei guardia sala ed è nullafacente. Risulta che abbia frequentato con non grande profitto la scuola d’arte ed esercita, si fa per dire, il lavoro di falegname privo di clienti. È però garbato, servizievole in casa, educato con i genitori, amorevole con moglie e figli, del tutto inaffidabile e mentitore seriale. Per dare una svolta alla sua vita, progetta un colpo funambolico al museo della città per trafugare quattro quadri astratti di Arthur Dove. Ha pianificato ogni mossa al millesimo: 8 minuti e il gioco è fatto. All’uopo assolda tre balordi più inaffidabili di lui e quando i complici gli chiedono come farà a piazzare delle opere famosissime che non hanno mercato, James ribatte sornione che non può rispondere. Il problema non è che deve mantenere segreto il nome del misterioso ricettatore. È che non lo sa neppure lui.
Magnifica e deprimente storia di un’eversione indolente e di un loser tanto gentile quanto inetto a cui Josh O’Connors, bravissimo, presta la sua espressione tenera da bravo ragazzo che piace alle mamme, il film di Kelly Reichardt è girato come una pellicola di Arthur Penn o Al Ashby, anni ’70: stessi colori spenti, stessa atmosfera dimessa, stessa ansia impalpabile da villette suburbane. E poi il marchio di fabbrica di Reichardt, ellittica nelle fasi salienti (la colluttazione con le guardie, la lite violenta della moglie con James che determina la separazione, la consegna della refurtiva alla malavita locale) e precisa e minuziosa nell’insignificante (ripresa in tempo reale di James che ripone in un soppalco di un porcile le tele in una teca, ognuna nella sua scansia accuratamente predisposta, e poi  le nasconde sotto un cumulo di paglia secca). Come accade nella vita, che arriva sempre in ritardo e dove ci accorgiamo dei momenti più importanti solo quando sono già trascorsi.  Dopo aver così raccontato nella prima parte il goffo disastro della rapina, scardinando nel contrappunto ironico fra il  jazz sincopato di Rob Marzurek e l’azione maldestra dei ladri improvvisati il genere “carper movie” (ma insomma questa non è  una novità, c’aveva già pensato Monicelli ne I soliti ignoti) Reichardt nella seconda parte rallenta il ritmo, affina lo sguardo  e prende il respiro di questa vita svagata, che ha simulato in modo non troppo convinto, fino a che ha potuto, una piatta e rispettabile esistenza borghese, ma avrebbe voluto essere altrove.  Il problema è che James, come non ha idea di chi possa smerciare i quadri rubati, non sa neppure dove sia e cosa sia questo altrove, anche se forse crede di intravederlo quando, calzini arrotolati, boxer e maglione sformato, una nuova versione della divisa di Lebowski, altro personaggio legato a James da una rassomiglianza di famiglia, ammira rapito i dipinti di Dove in soggiorno. Ma anche questo altrove, questa libertà vagheggiata si rivelerà nella fuga, un’illusione. Solo le porte chiuse in faccia degli amici, squallide stanze in affitto, abiti dismessi, miseria incombente. Reichardt non cade però  nella tentazione di   spingerci a compiangere James, O’Connors con il suo volto sperduto riesce sempre a suscitare simpatia, ma tratteggia con finezza anche gli aspetti dichiaratamente spiacevoli di James: cortese, ingenuo fino all’idiozia, perfino romantico nella sua solitudine disperata, ma anche opportunista, egocentrico, piuttosto abietto e ambiguamente insincero anche nei momenti in cui sembra parlare a cuore aperto. Sullo sfondo, ma proprio sullo sfondo, la guerra in Vietnam fa capolino dai telegiornali e sui manifesti murali, nelle proteste e nelle marce per la pace nelle strade. James per non rischiare di vedere le notizie sulla Cambogia alla televisione di un appartamento vicino, appende delle camicie a mo’ di tenda oscurante davanti alla finestra. Dire che non è particolarmente coinvolto, è poco. Eppure, rispetto al padre che gli rinfaccia l’inoperosità pigra, contrapponendo gli il compagno di scuola che fa i soldi, e ai buoni sentimenti dei manifestanti, che lottano per il bene universale, le due facce opposte ma convergenti di una etica della rettitudine responsabile, è forse proprio l’atto improvvido, inconcludente, disutile, ignaro delle conseguenze, che si esaurisce nel gesto, nella contemplazione, nella meticolosità fine a se stessa la vera rivolta che, proprio perché rifiuta uno scopo, non può che essere inefficace e fallimentare per riuscire. È l’agire sempre malaccorto, controproducente e sconsiderato dell’agrimensore che tanto cerca di avvicinarsi, tanto si allontana dal castello, ma proprio in questo sta la sua sconsolata gloria. È l’infantile rifiuto dell’adeguazione, non tanto al conformismo imperante, quanto all’età della ragione. E così, quella che alla fine sembra una amara beffa, James coinvolto per errore in una retata contro i manifestanti anti-guerra, è un’inconsapevole reazione immunitaria del sistema. È proprio l’inanita accidiosa di James il baco che rischia di sovvertire irreversibilmente  il sogno (e il sonno) americano nelle sue diverse declinazioni.
L’ultima metamorfosi della composta obiezione di Bartleby: “Preferirei di no”.

 

 

 

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