Quindi il diavolo è tornato a Mosca, dalle parti dello stagno dei patriarchi per osservare compiaciuto, ancora una volta, rotolare la testa dell’allibito Berlioz lungo i binari del tram cittadino. Annoso problema preliminare. Come valutare un film liberamente ispirato ad un’opera letteraria? In linea di principio si potrebbe rispondere che, anche se non sappiamo nulla di quel libro, si dovrebbe poter liberamente parlare di quella pellicola senza misurare con il bilancino la sua fedeltà o meno al testo originario. In linea di principio però. Se siamo di fronte ad un monumento strabiliante come Il maestro e Margherita di Bulgakov, le cose cambiano, ed è impossibile non dialogare con l’ur-text del film. Del resto, riprendere in mano e cercare di trasportare al cinema il mondo allucinato e bizzarro di Bulgakov è sicuramente un’opera da far tremare i polsi. Rinunciare poi come fa Michael Lokšin a scorciatoie formalizzanti e astrazioni intellettualistiche per confrontarsi, nel formato del blockbuster, direttamente con il turbinio immaginifico della fantasia dello scrittore ucraino/russo (per non far torto a nessuno) è una sfida ancora più azzardata che si espone al rischio, non peregrino, di trasformarsi ad ogni momento in una caricatura grottesca e pacchiana, pericolo sempre in agguato perché è lo stesso Bulgakov che procede beatamente sul filo del rasoio che separa (e sotterraneamente collega) la poesia e il kitsch.
La prima scelta importante di sceneggiatura compiuta da Lokšin è quella di semplificare, attraverso una complicazione, la linearità folle del testo originario. In Bulgakov tutto accade sullo stesso piano. Come in un quadro di Chagall o in un’icona della tradizione russa, fantasia e realtà, storia e immaginazione, vicende narrate e racconto alla seconda potenza, dentro al racconto stesso, si alternano e si sovrappongono senza soluzione di continuità, dando una impressione di felice e spaesante vertigine. Lokšin, pur giocando con l’ambiguità e prendendosi il rischio di qualche ermetica artificiosità (come quella dello scrittore che, nell’ospedale psichiatrico, spia sé stesso come personaggio letterario del libro che ha scritto) tende a separare i due piani. C’è la vicenda di uno scrittore che avrebbe dovuto mettere in scena una pièce su Pilato ed è stato censurato dall’ottuso regime staliniano per una supposta apologia della religione; uno scrittore che si innamora perdutamente di Margherita, una donna bellissima, sua amante e musa che lo sostiene e sprona nella composizione di uno straordinario romanzo – e qui si dischiude l’altro livello – in cui il diavolo giunge a Mosca in compagnia della sua corte di stravaganti e terribili demoni, romanzo di cui vediamo il progressivo svolgersi nel film. Il meccanismo della mise en abime scelto da Lokšin corrisponde alla sensibilità post-moderna ed è, almeno nella prima parte, ben giostrato dal regista. Grazie ad un montaggio raffinato e volutamente ambiguo Lokšin mantiene costantemente viva l’incertezza nella distinzione fra i due piani, raggiungendo effetti pirotecnici ed esilaranti nella grande scena della rappresentazione teatrale che si converte in uno spettacolo assieme spaventoso e munifico di magia nera, mentre lo spettatore non sa però bene se si trova di fronte ad una situazione reale, ad un’allucinazione o un sogno. In questo frangente, fra l’altro, il regista si prende spassosa licenza dal testo originale, immaginando che Woland (per gli sventurati che non hanno letto Il maestro e Margherita, il diavolo) e i suoi sgherri subentrino ad un musical di regime dedicato ad una futuribile celebrazione del centenario della nascita dell’Unione Sovietica (e dovrebbe essere il 2022): un mondo dove regna felicità, benessere, libertà e pace… Esattamente la fotografia della Russia di Putin. È proprio nella prima parte che il film di Lokšin dà il meglio: burlesco e insinuante nell’evocare le seduzioni diaboliche, brillante e vivido nelle ricostruzioni d’epoca fra parate ufficiali, servilismi e ipocrisie di regime, feste sfrenate e processi sommari, romantico e lieve quando racconta la nascita dell’amore fra Margherita e lo scrittore che culmina in una delicata e sensuale sequenza al ritmo della struggente (ma assieme ironica, non a caso cavallo di battaglia di Oliver Hardy) Shine On Harvest Moon. Qualche inceppo comincia invece ad avvertirsi nel cuore della vicenda quando il testo di Bulgakov esplode nella fantasmagoria eccessiva, travolgente e orrida del volo di Margherita su Mosca e della grande festa satanica. Lokšin si gioca le carte migliori nel prologo, mettendo in scena la sistematica demolizione dell’appartamento di Latunskij – il critico letterario responsabile di aver stroncato il libro del Maestro – da parte della presenza invisibile e devastante di Margherita che si placa solo davanti alla paura di un bimbo. Ma quando il regista riprende quella stessa situazione al centro del film è come se avesse esaurito le forze. Purtroppo Margherita, unta della crema magica del demone Alzazello, che volteggia per Mosca con il suo corpo marmoreo, probabile esito di un’alterazione dell’intelligenza artificiale, assomiglia nel brilluccichio della scia luminosa che l’accompagna più ad una Trilly di Peter Pan iper-vitaminizzata che ad una strega ebbra di un sabba infernale. E un’analoga considerazione si può fare per il gran ballo del diavolo. Lokšin decide di ricostruirlo accentuandone gli aspetti barocchi e dark, in questo modo corrispondendo sicuramente all’atmosfera del testo, ma, d’altra parte, gli sfugge quella controforza che rimane sempre operante nel romanzo di Bulgakov, pure nei momenti più cupi e tenebrosi: la potenza dello sberleffo che si annida anche nelle situazioni più tragiche, non tanto per depotenziarle, ma per renderle ancora più spiazzanti. Non a caso, Goethe insegna, il diavolo è la potenza che sempre nega, che disfa e corrode anche quello che lui stesso ha ordito. Ed è questa profondità dialettica ciò che manca al film di Lokšin. Il diavolo giunge nella Mosca degli anni ’30, che pretendeva di incarnare la vittoria della luce, per far comprendere come l’imposizione di una luce assoluta, “purgata” da ogni oscurità, si converta nella tenebra più turpe. Lezione che non vale solo per ciò che accadeva tanti e tanti anni fa in un mondo lontano, lontano.
Sontuoso nella costruzione dell’immagine, incalzante nel ritmo, splendidamente recitato da attori perfettamente tagliati per le parti (nota di merito per Evgenij Cigardovich e Julija Snigir che, nei ruoli del maestro e Margherita, oltre che essere affascinanti sono impeccabili), pungente nella satira politica, il film di Lokšin si ferma davanti al paradosso che più volte ha enunciato nel corso del film, ma mai veramente esplorato: “Satana è una parte della forza che vuole sempre il male, ma opera il bene”. Se però lasciamo ai margini l’interrogativo metafisico – come Lokšin ha prudentemente lasciato ai margini la straniante figura di Pilato e il suo collegamento enigmatico con le vicende narrate – il ritorno del diavolo a Mosca può divertire, commuovere e appassionare. Per quasi tre ore. In fondo, cosa si pretende di più da un film?
