Tre piani

Commentando il successo di Titane al festival di Cannes, Moretti aveva riconosciuto d’essere invecchiato di colpo quando aveva saputo che aveva vinto un film la cui protagonista era stata ingravidata da una Cadillac (e, particolare non indifferente, lui, di conseguenza, non aveva vinto). Si potrebbe però dire che nel suo film tutto l’intreccio nasce da un’utilitaria impazzita che, guidata da un ragazzo ubriaco, penetra e viola l’interno di un appartamento borghese, nell’elegante quartiere romano Prati, dopo aver sfondato una vetrata ed ucciso una donna.
L’irruzione di un fattore perturbante che altera equilibri precari, già fragilissimi. Come può essere un sospetto angoscioso e terribile, come la nascita di una figlia, come una colpa che grava simile ad un macigno.
Il film di Moretti, il primo nella sua filmografia che non nasce da un soggetto originale, si ispira ad un famoso romanzo dello scrittore israeliano Eskhol Nevo, ma ne tradisce fin da subito, nell’impostazione formale, lo spirito. Il libro di Nevo, anche quello ambientato come il film di Moretti in un condominio, si richiamava, nello sviluppo di tre diverse storie, alla struttura della seconda topica freudiana, con il mondo delle pulsioni incontrollabili al primo piano, il livello conflittuale dell’Io, conteso dalla pressione dell’Es e dalle ingiunzioni morali del Super-Io al secondo, ed infine lo stadio oppressivo degli imperativi etici incorporati nella propria personalità come una sorta di giudice autoritario e spietato al terzo piano. Le tre storie procedevano così separate, incrociandosi solo accidentalmente, e, soprattutto, erano il risultato di tre racconti diversi in prima persona: elemento decisivo il racconto perché solo attraverso la narrazione di sé ad altri è possibile, per lo scrittore israeliano, cercare di ricomporre un io minacciato dalla dissoluzione (l’ossessione paranoica, la depressione, la melanconia) “L’importante è parlare con qualcuno. Altrimenti tutti soli, non sappiamo chi siamo, a che piano ci troviamo, condannati a brancolare disperatamente nel buio, nell’atrio, in cerca del pulsante della luce”.
Moretti mantiene parzialmente l’elemento del raccontare solo nell’ultima vicenda e sostituisce alla scansione spaziale una tripartizione temporale (un “cinque anni dopo” ripetuto due volte) legando le storie in un intreccio che, se favorisce la leggibilità dello sviluppo portando a termine le vicende che in Nevo rimangono sospese, perde l’effetto straniante di focalizzazione del romanzo. Ovviamente non si giudica un film tratto da un opera letteraria dalla sua maggior o minor aderenza a questa, ma le scelte di Moretti sembrano indicare nel romanzo di Nevo più un pretesto che una guida: l’occasione per riflettere su ciò che sembra stargli più a cuore: il tema della colpa, della confessione, del saper chiedere scusa e riparare ai torti fatti, dell’ottenere perdono, quanto meno da se stessi. Temi che potrebbero richiamare uno sfondo religioso, che è però del tutto assente, nel vuoto di ogni orizzonte di salvezza che pervade l’atmosfera cupa del film. Colpa di non essere stati all’altezza delle aspettative degli altri: dei propri figli, dei propri genitori, dei propri cari. Senso di colpa che produce una gamma intrecciata di variabili: ossessione, angoscia, depressione, aggressività, ripiegamento in sé, struggimento; senso di colpa che può essere superato solo attraverso un lungo percorso di ricostruzione interiore, solo attraverso il riconoscimento della propria fragilità, della necessità che abbiamo di smantellare le barriere difensive erette nei confronti del mondo (gli interni protetti , rassicuranti ma claustrofobici del palazzo borghese), solo inaugurando una nuova disponibilità nei confronti degli altri, così come mostra l’evoluzione della figura di Dora, interpretata da Margherita Buy, il personaggio forse più completo e riuscito nel film di Moretti.
Tutto così semplice?
Non proprio. Perché poi c’è la messa in scena. Che sabota dall’interno questo quadro consolatorio. Una regia sobria fino all’essenzialità (chi vuol male a Moretti direbbe fin sciatta), rarissimi movimenti di macchina, inquadrature statiche, una illuminazione fredda o fin troppo cupa, raccordi fra le diverse scene chiave quasi inesistenti e soprattutto, lì dove accade qualcosa di decisivo – il precipitare nella passione che porta a compiere atti irreparabili, la rabbia di un figlio che picchia il padre, decidere di seguire uno sconosciuto non si sa dove, non si sa perché – tutto accade in modo meccanico, con una recitazione volutamente antidrammatica, che sottolinea questa impersonalità. Si potrebbe anche imputare questo effetto ad un limite delle interpretazioni (che, detto per inciso, non sempre sono brillanti) o ad un difetto di conduzione, ma, quando è lo stesso Moretti che recita in modo atonale, con la rigidità di un automa, è difficile non riconoscere un’intenzionalità.
Si apre così una tensione irrisolta fra quello che ci viene narrato e il modo in cui ci viene narrato. Non c’è decisione, non c’è evoluzione, non c’è riscatto in quello che ci mostra Moretti, solo quello che sembra il dipanarsi di un destino cieco, in un mondo che rimane estraneo.
Nella scena finale del romanzo di Nevo la protagonista del terzo episodio – quella che nella trasposizione cinematografica è interpretata dalla Buy – partecipa ad una grande manifestazione di piazza con quello che si avvia a diventare il compagno della sua nuova vita. L’atmosfera è festosa e di forte partecipazione emotiva e la donna, dopo una vita trattenuta e repressa sotto la tutela incombente del vecchio marito, si lascia andare, ballando un cadenzato valzer lento con il suo amico.
Nel pre-finale del film di Moretti, i protagonisti escono dal palazzo per assistere al surreale spettacolo di una milonga ambulante, con un gruppo di tanqueros che volteggiano in strada. L’atmosfera non potrebbe essere più artefatta e fasulla. I personaggi osservano lo spettacolo passare, fra stupore e insulsa allegria.
Nessuno di loro, come del resto lo stesso Moretti, si concede alla danza.

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