Ciò che aveva fatto la fortuna de Il Diavolo veste Prada nel 2006 era stato il suo immoralismo (abbastanza educato, per carità, la sceneggiatrice era, allora come ora, Aline Brosh McKenna e non André Gide). L’operazione poggiava su due puntelli, uno più scoperto, l’altro più celato. Da un lato, quello più appariscente, era la manifesta perfidia della sua protagonista, Miranda, arrogante, spietata, manipolatrice, ma, proprio per queste qualità, vincente. Certo, per mantenere l’orizzonte della commedia grand public, la sceneggiatura ricorreva ad una usuale contrapposizione manichea, in questo caso fra l’altezzosità gelida e senza scrupoli della direttrice di Runway e l’ingenuità idealista di Andrea, la sua assistente che, se subiva il fascino della seduzione del lusso, godendo quasi della sottomssione alla protervia della sua capa – ed è la cosa più interessante di quel film-, vinceva però poi le tentazioni diaboliche, firmate Prada, mantenendo la sua integrità. Eppure, il sorriso di Miranda nell’ultima inquadratura del vecchio film indicava un inaspettato pareggio nella lotta in campo fra valori e disvalori. D’altro lato, l’affermazione finale delle buone maniere e dei buoni sentimenti si sovrapponeva appena, come un pudico velo, a quello che era stato il cuore provocatorio del film: l’esaltazione della superficialità sgargiante e vacua di un mondo di pure apparenze contro ogni essenzialismo puritano proprio del cinema americano.
Vent’anni dopo, in un’età decisamente più bigotta, questi due atout sono mestamente devirilizzati. Miranda (Meryl Streep) rimane nelle prime scene la stronza sprezzante di sempre, solo che è stata affiancata da Amari, la sua nuova assistente indiana, direttamente discesa dal monte Meru delle divinità indù per la sua bellezza inarrivabile e aliena, che ha il compito di mantenere la serpe dentro i confini del politically correct. È l’idea migliore del film, ma la sceneggiatura la perde per strada, relegandola al livello di semplice sketch, come perde per strada la splendida Simone Ashley e il suo personaggio, colpevolmente sottoimpiegato, preferendo seguire l’evoluzione di Miranda da Crudelia De Mon ad una sorta di Maria Angelita Ressa che lotta per la stampa libera dalle ingerenze del potere del denaro, incarnato dai villani rifatti della Silicon Valley. Il rutilante mondo della moda nella nuova versione non vale più per la sua fascinazione sirenica di insensato dispendio gratuito, di pura glorificazione del consumo come piacere fine a se stesso, ma come baluardo dei valori sempiterni dell’arte contro la colata lavica (questa è in effetti una bella similitudine) del progresso e all’orizzonte si affacciano i nuovi cattivi dell’alleanza fra finanza e high-tech che circolano in tuta acrilica e non sanno distinguere un Valentino da uno Chanel. Dentro queste coordinate normalizzanti e genericamente progressiste per la buona coscienza del pubblico, il tutto procede fiacco e prevedibile, fatto salvo l’aggiornamento alla nuova situazione di crisi dell’editoria tradizionale, spiazzata dal mondo dei social e della digitalizzazione dell’informazione. Abbiamo ancora Andy (Anne Hathaway) a cui vent’anni di giornalismo di inchiesta di altissimo livello (bah…) non hanno scalfito in nulla la naïveté disarmante, Emily (Emily Blunt) sempre a scuola di perfidia da Miranda, pessima allieva però perché troppo insicura e in fondo d’animo gentile per solo avvicinarsi al modello, mentre Nigel (Stanley Tucci) perde ogni mordente, si riduce a zio buono e fatina procacciatrice di vestiti per Andy.
Forse la sceneggiatura avrebbe voluto fare della direttrice di Runway una sorta di katéchon contro l’incedere delle perverse trasformazioni della era digitale dietro cui si nascondono gli appetiti ferini di un capitalismo predatorio, ma all’umanizzazione del personaggio corrisponde una sua banalizzazione che ne smaschera l’artificio fasullo. Non si tratta, a questo punto, solo della scarsa tenuta del personaggio, l’impasse è più profonda. La moda è il regno di ciò che vive nel breve spazio di un presente fulgido ed evanescente, qui sta la sua natura e la sua fugace gloria: “la moda ha il fascino caratteristico del confine, il fascino dell’inizio e della fine insieme , il fascino della novità e nello stesso tempo della caducità… racchiude già il germe della sua morte, la sua destinazione a venir dissolta” . George Simmel l’aveva già capito nel 1905. Questa problematicità dell’oggetto era sfiorata nel primo film, qui invece è completamente travisata. Affiancare la moda all’Ultima Cena di Leonardo come fa Miranda, erigendola quale ultima ridotta alla difesa del Bello e dei valori dell’umanesimo, è proprio non sapere di cosa si sta parlando. Né lei, né la sceneggiatura.
Rimane così l’involucro del vecchio film: il montaggio frenetico delle clip delle sfilate, il caleidoscopio di paesaggi urbani con spreco di hyperlapse e riprese da droni, da New York a Parigi a Milano, dalla fotografia tanto brillante e satura quanto stereotipata, più le citazioni delle citazioni del precedente film dall’estetica glamour di Sex and the City (dove ogni ironia si è però persa, anche questa, per strada). Ma l’immoralismo (misurato) si è tramutato in moralismo (pedante). Non riuscendo, se non a piccoli sprazzi nella prima parte, a evocare l’humour cattivo del primo film, David Frankel vorrebbe tingere di malinconia la figura di Miranda, ma le pensose riflessioni della donna sulla decadenza dei tempi e la caducità delle cose – non rendendosi conto che il suo personaggio vive dell’effimero e per l’effimero – convincono come una banconota da 7 euro. Nel finale poi tutto, ça va sans dire, si ricompone, l’alleanza fra Miranda e Andy, sabotata nel vecchio film dalla doppiezza subdola della direttrice di Runway, qui invece si salda e sventa le trame dei malvagi, riportando indietro le lancette del tempo agli anni d’oro della rivista patinata (grazie, per altro, alla condiscendenza benevola di una capitalista “magnanima”, alla faccia della indipendenza libera della stampa). Per l’occasione Andy sfoggia jeans e lo stesso maglioncino azzurro da grandi magazzini del primo episodio, in compenso si è accasata, come coronamento di una love story che più sciapa di così è difficile immaginare, con un immobiliarista (pardon, architetto creativo) di successo. La maturità richiede le sue sicurezze.

Maria angelita ressa??? È chi è???
giornalista filippina della cnn, premio nobel per la pace agli inizi anni ‘20 per le sue battaglie a difesa della libertà di stampa