A real pain

Ci sono due forme di dolore che si confrontano nel film di Eisenberg. Uno è quello illimitato, insondabile, universale della Shoah. Una sofferenza indicibile, l’abisso del male che dovrebbe relativizzare ogni altro dolore. Eppure, il malessere segue vie nascoste, si nasconde come un “dolore reale” anche lì dove condizioni di vita e limpidezza di carattere sembrerebbero porre i migliori requisiti per potere vivere un’esistenza tranquilla, pacificata.

Benji (Kieran Culkin) e David Kaplan (lo stesso regista, Jesse Eisenberg) sono due cugini ebrei, inseparabili da ragazzini, poi progressivamente divisi dalla vita, che decidono, dopo la morte della nonna, una sopravvissuta dei campi, di tornare in Polonia alla ricerca delle loro radici. Si aggregheranno ad un tour appositamente organizzato, si fa turismo su tutto, per visitare i luoghi canonici della Shoah fra Varsavia e Lublino. Il gruppo di turisti è appositamente composto dalla sceneggiatura per equilibrare i diversi stereotipi: c’è la coppia di pensionati un po’ sprovveduta, la ricca californiana di mezza età che vuole distrarsi dopo il recente divorzio, un africano scampato al genocidio del Ruanda convertito all’ebraismo e una guida inglese, un ragazzo preparato, gentile, protettivo e irrimediabilmente prevedibile e noioso. Nessuna individualità è particolarmente rilevante, la funzione del gruppo è quella di servire da sfondo e liquido di contrasto rispetto al confronto fra i cugini. Le due figure di Benji e David – seguendo la grammatica di tante strane coppie (cfr. Stefano Brugnolo, Le strane coppie. Antagonismo e parodia dell’uomo comune) – appaiono programmaticamente opposte, e nello stesso tempo complementari. David è un buon padre di famiglia, lavoratore indefesso, iperesponsabilizzato e perciò insicuro, perché teme sempre che qualcosa non sia sotto controllo, introverso, a disagio quando deve relazionarsi con gli altri, tendenzialmente accomodante per non creare problemi, goffo, imbranato e ansioso. Benji, per converso,  non sembra avere un’attività definita né legami stabili ed è invece esuberante, egocentrico, espansivo fino a diventare deliberatamente inopportuno anche perché franco fin oltre la spregiudicatezza e privo di qualsiasi freno inibitore sociale. Culkin, bravo, per carità, ha il compito più semplice perché il suo personaggio nella sua imprevedibilità è più prevedibile, sempre, nel bene e nel male, sopra le righe; Eisenberg ha la vita più difficile: nel suo ruolo di ebreo nevrotico deve confortarsi con modelli mica da poco (vogliamo parlare di Woody Allen?) ed inoltre il suo personaggio offre l’occasione di maggior sfaccettature. Nel complesso, si rifugia stando un po’ troppo dentro allo stereotipo, anche se, a sua discolpa, in un patetico monologo a cuore aperto davanti ai componenti del gruppo tira fuori uno dei momenti migliori del film. La specularità rovesciata dei due caratteri non può che comportare, nella loro connessione stridente, effetti umoristici: il povero David cerca inutilmente di arginare le intemperanze del cugino, ma è costretto a farne le spese, mentre gli altri componenti del gruppo reagiscono con un misto di imbarazzo e fastidio, che si tramuta però, ben presto, non appena i più saranno conquistati dalla vivacità debordante del ragazzo, in empatia. In questo modo i siparietti comici dovrebbero stemperare l’attraversamento del dolore nel viaggio della memoria, ma il lavoro della sceneggiatura e della regia è più ambizioso, soprattutto quando cerca di concentrarsi sul rapporto fra il nostro sguardo attuale e il passato tragico. La memoria è necessaria, ma non si nasconde anche, al di sotto del doveroso recupero del passato, un gusto voyeuristico? Non è diventata forse anche la Shoah una merce da consumare? La sincerità patologica di Benji funziona come reagente di questo non detto, ma nello stesso tempo, indirettamente, denuncia anche i limiti del moralismo implicito nella sua posizione. I viaggi in prima classe o il profluvio di aneddoti raccontati dalla guida in un cimitero ebraico, appaiono a Benji quasi offensivi nei confronti del dolore senza fondo delle tradotte dei treni piombati diretti ai campi o vuota chiacchiera che disturba la meditazione sulla sofferenza, ma d’altra parte la rivendicata autenticità di sentimenti espressa con orgoglio dal ragazzo, sventolata in faccia agli altri quasi un segno di superiorità morale, è veramente il crisma di un approccio del tutto rispettoso verso quel passato di disperazione o non è forse l’ennesima variante di un protagonismo narcisistico ? Anche il pianto sconsolato di Benji dopo la visita del campo di Majdanek rimane una reazione che sconta una sproporzione assoluta nei confronti dell’oceano di afflizione patita e non è certo più sincero nel ostentare un sentimento di angoscia e colpa che il silenzio smarrito di David. La regia cerca di rimanere più neutrale possibile, lasciando allo spettatore l’onere della risposta. A volte ci riesce, come quando si ripercorrono le vie del vecchio ghetto di Lublino e la voce fuori campo della guida descrive luoghi, sinagoghe, teatri, scuole ebraiche che non esistono più mentre la camera fissa anonimi caseggiati, ristoranti o negozi in inquadrature deserte come nelle foto di Atget, prosciugate dalla vita. In altri casi, come all’interno del campo di Majdanek, quando l’obiettivo si concentra sul blu Prussia delle incrostazioni del Zyclon B all’interno della camera a gas, sui forni o sugli ammassi delle calzature delle vittime, purtroppo l’usura delle immagini prevale e nessuna invenzione visiva interviene per compensare l’intento didascalico. Ma il viaggio della memoria è anche, come dicevamo, un pretesto per scavare dentro un altro dolore che nasconde una simmetrica inadeguatezza a vivere. Pretesto, dicevamo, perché forse il limite maggiore del film di Eisenberg sta proprio qui, nel non riuscire a fondere del tutto i due piani su cui si articola la narrazione: l’esperienza universale del dolore e quella singolare, racchiusa nell’animo dei due buffi, ma assieme tristi protagonisti. Benji e David si rispecchiano l’uno nell’altro, ciascuno vorrebbe avere dall’altro quello che gli manca, ma insieme aborre nell’altro quello che invidia: Benji la sicurezza affettiva, David la schiettezza diretta, la capacità di esternare senza mediazioni le sue emozioni e i suoi sentimenti e non è un caso che solo David, il timido riservato, arrivi a confessarlo ai compagni del gruppo, in un impeto di per lui inusitata sincerità, mentre Benji, sfacciato anticonformista, per una volta reticente, non riesce mai ad ammetterlo apertamente. Come due metà disgiunte di un unico individuo che solo comprendendo entrambe le componenti si sentirebbe soddisfatto e completo, Benji e David cercano inutilmente di ritrovare l’intimità ormai smarrita dell’infanzia, ma credere che questo possa essere un modo per sfuggire dalle loro angosce attuali è un’illusione. Come nel caso della visita sul luogo della casa della nonna, la perdita non si colma con il semplice ritorno. Possiamo muoverci nello spazio, ma il tempo è irreversibile, non ritorna, quello che si è perso, è perso per sempre. Ciò che rimane è la memoria, che spesso però non è che un altro modo per farci constatare l’irrimediabilità della perdita. E così il vero ritorno di David e Benji sarà quello alle loro vite di ogni giorno, David alla sua serena e confortevole ansia, Benji alla sua libertà vuota.

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