Rien à foutre

Orwell in “1984” parlava della neolingua come di un linguaggio artificiale asservito alle logiche del potere che, rovesciando il significato dei termini (pace per guerra, verità per menzogna), non solo indirizzava il pensiero, ma anche precludeva a priori la possibilità di sviluppare una visione divergente della realtà. In fin dei conti però non occorre rinchiudersi nel cupi orizzonti di Oceania per sperimentare questa distorsione, anche nel flusso disancorato della nostra effervescente ipermodernità liquida possiamo fare esperienza di qualcosa del genere. Cosa ha spinto Cassandra, una ragazza non certo brillante, non certo ambiziosa della provincia belga, a diventare, giovanissima, hostess di una compagnia low-cost se non il desiderio ingenuo di libertà, di viaggiare, di conoscere persone e posti nuovi? Ma quello che nei suoi racconti agli amici in Belgio così descrive è invece la sottomissione ai ritmi fordisti di un lavoro massacrante, con la supervisor che cronometra il tempo impiegato per pulire la carlinga prima di una nuova infornata di turisti, coniugati con gli imperativi della adattabilità, della precarietà, della redditività più esasperati, proprie delle dinamiche dell’accumulazione flessibile. Ma Cassandra sembra non rendersene conto, forse in fuga da un passato doloroso, si preclude ogni visione del futuro, rimanendo prigioniera di un presente sospeso il cui vuoto inutilmente cerca di riempire accettando ogni ulteriore turno di lavoro, ottundendosi in feste alcoliche o surfando su Tinder. Con ironia amara, anche i nomi della giovane sembrano rispondere ai criteri della neolingua: la Cassandra post-moderna ha perso ogni preveggenza (“non so nemmeno se domani sarò qui” dice ad un collega che la invitava a scioperare prospettandole obiettivi di lotta futuri) anzi letteralmente non gliene fotte nulla del futuro (Rien a futre è l’icastico titolo francese, ovviamente deturpato in un castigato Generazione Low Cost della versione italiana), mentre il suo Avatar “Carpe Diem” nella chat per incontri non coglie nulla, ma al contrario subisce tutto apaticamente. Tutto le scivola fra le mani: Cassandra rimane quasi paralizzata in una passività un po’ ottusa, un po’ triste. Sempre disincantata. Adèle Exarchopoulus, mai così ben diretta dal film del suo esordio con Kechiche, è perfetta nella parte: riesce a passare senza soluzione di continuità dal sorriso artefatto con cui accoglie i passeggeri, al broncio corrucciato delle piccole ripicche fra colleghe, all’allegria obbligatoria delle feste nei non-luoghi dove passa i suoi turni di riposo, all’invidia mista di ammirazione con cui rimane incantata davanti alle hostess degli Emirates, sorta di divinità remote per il proletariato dei low-cost, fino all’espressione smarrita, lievemente malinconica, di una ragazzina sperduta in un mondo che non (ri)conosce. La macchina da presa la bracca, la insegue con inquadrature e movimenti daredenniani (siamo pur sempre in Belgio) e indugia in primi piani che esplorano la sua solitudine.
Se la prima parte del film è rapida, elettrica, scandita dalla concitata alternanza dei voli, degli scali, degli incontri, degli sballi di Cassandra, nella seconda il ritmo improvvisamente decelera, il tempo quasi si ferma, le sequenze si fanno più introspettive. Cassandra, messa in standby dalla compagnia perché ha compiuto l’errore fatale di far trasparire un briciolo di umanità al di sotto della maschera sorridente e impersonale imposta dal marketing , torna a casa, in famiglia, con la sorella e il padre che cercano di sopravvivere al dolore per la morte accidentale della madre di Cassandra. In effetti il film corre un po’ il rischio, a questo punto, di impantanarsi in una eziologia psicologistica del nichilismo di Cassandra, ma la dilatazione dei tempi, le riprese sporche, la tenerezza trattenuta e pudica di alcuni dialoghi disinnescano il pericolo. Se infatti la seconda parte fosse solo la spiegazione della prima, se la morte della madre fosse l’unica, vera ragione nascosta della fuga di Cassandra, la narrazione prenderebbe una piega un po’ banale, intimistica e, in ultima analisi, consolatoria. Viceversa il vuoto grigio della pianura belga, la vita piatta e superflua degli amici di Cassandra è complementare alla vacuità frenetica della sua esistenza, entrambi sono permeati dallo stesso mood, entrambi sono spie della capacità di un sistema di mettere a profitto l’ansia rimossa, lo smarrimento e la perdita di identità e di senso di una generazione. Per cui anche l’esperienza del dolore non insegna granché. Come tutto il resto scivola via, sostituita da altro, magari dallo spettacolo luminoso e pacchiano di giochi d’acqua in una Dubai/Disney, rigorosamente filmato per essere postato, in tempo reale, su Istagram.

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