È semplice e toccante nella sua tenerezza un po’ impacciata, un po’ ruvida la repentina seduzione reciproca di una giovane figlia dei boschi e di un maldestro guantaio innominato che apre il film Chloé Zhao. Nelle prime scene la regia è delicata ed ellittica nel raccontare questa storia d’amore così particolare ma anche così ordinaria in una imprecisata Inghilterra Elisabettiana. Lei, Agnes, (Jessie Buckley, la sorpresa più bella del film) è schietta e fiera, sua madre, oltre che iniziarla ai segreti delle piante medicinali della foresta, le ha trasmesso vaghe facoltà divinatrici, ma soprattutto le ha insegnato l’indipendenza e l’amore per la libertà che assapora vivendo in simbiosi con la natura; lui (Paul Mescal, che rimane sempre un passo dietro rispetto alla energia di Buckley), più introverso e combattuto, grazie al legame con la donna riesce al ribellarsi al padre violento e decidendosi per il suo cammino di scrittore. La prima parte, di gran lunga la migliore del film, attraversata da un sentimento panico della natura che ricorda, nel bene (il pathos della fotografia) e nel male (gli echi new age), certe scelte d’immagine e di atmosfera del precedente Nomadland, precisa i caratteri dei personaggi, ma soprattutto inizia a delineare i tracciati sparsi che confluiranno poi nella tragedia. Lui (ormai tutti hanno capito chi è), oppresso della vita rurale, parte per Londra per mettere a frutto i suoi talenti, lei rimane in campagna a curare la famiglia perché sono arrivati i figli: la prima Susanne, partorita da Agnes nel profondo della selva, poi i due gemelli, Hamnet e Justine venuti dopo, e – nonostante la ribellione e la rabbia della donna che voleva ricongiungersi con la madre natura – nati all’interno della casa dei genitori di lui, in una scena dove la ridondanza drammatica, decisamente troppo insistita, spezza il composto equilibrio che la narrazione aveva fino allora mantenuto. Purtroppo, è un segnale preoccupante e poco valgono alcune divertenti sequenze che ci svelano il mistero delle streghe di Macbeth in una buffa recita infantile, perché ormai la china è segnata e il karma negativo non è solo quello che condurrà alla sventura il piccolo e innocente Hamnet, ma, a giudizio insindacabile del vostro umile recensore, tutto l’intero film.
L’idea di fondo, seppur non brilli per originalità, ha una sua forza e si radica su una specularità che ordina sotterraneamente la narrazione. Ai tempi in cui sbocciava l’amore fra Agnes e William (possiamo adesso chiamarlo con il suo nome, no?) il ragazzo aveva commossa la sua amata raccontandole Il mito di Orfeo e Euridice: la storia dell’impossibile ritorno dal regno dei morti. Ciò che racconta il film è il rovescio di questa vicenda: solo l’arte può sublimare il dolore, può divenire la catarsi del lutto, può far sì che il piccolo Hamnet, morto fra i tormenti della peste, smetta di vagare come uno spettro inquieto che tormenta il ricordo dei suoi genitori e si plachi nella pace del silenzio: “The rest is silence”.
Sulla carta tutto bene, ma la regia, che da un certo punto in poi sembra sempre più preoccupata di non scuotere abbastanza le emozioni dei suoi spettatori, con la scusa della crudezza della rappresentazione, gonfia e appesantisce l’enfasi del racconto fino a giungere ad un inguardabile finale che converge nella rappresentazione dell’Amleto al Globe di Londra, dove una Agnes, infuriata per la profanazione del nome del figlio scomparso, giunge a vedere l’opera del marito. Già è abbastanza improbabile collegare la vicenda del bambino morto ai dubbi e alle angosce del principe di Danimarca, già la ripetizione reiterata del monologo di Amleto appare così pleonastica e scontata da sconfinare abbondantemente nel kitsch, ma vedere nel climax emotivo della tragedia tutto il pubblico – volti rudi e grotteschi che sembrano usciti da un quadro di Bruegel – che come un sol uomo tende la mano verso Amleto morente, ripetendo il gesto della madre verso il simulacro del figlio mentre tanto melanconico quanto stucchevole si leva On the nature of daylight di Max Richter, uno dei brani più abusati nelle colonne sonore lacrimevoli di questi ultimi anni, equivale all’accendersi degli spot luminosi nella sala con l’indicazione perentoria: “Piangete!”. Con il rischio però di ottenere l’effetto opposto.
