Dopo che l’immagine di Themis, la dea bendata della giustizia, aveva accompagnato i titoli di testa, un’altra donna bendata è accompagnata passo a passo all’interno di una stanza. La ragazza si toglie la fascia che le copre gli occhi e la macchina da presa in soggettiva ci mostra la cameretta piena di allegri addobbi, pupazzi e giochi, pronta per accogliere la bimba che la giovane porta in grembo. Un interno protetto, rassicurante, il cuore intimo della casa. La buona vecchia casa in legno chiaro, con il salotto caldo e accogliente, le finestre a ghigliottina e la cucina immacolata, centro di riferimento di tanto cinema made in USA: Il rifugio per eccellenza per la buona ed onesta famiglia americana nei confronti delle sinistre insidie del mondo esterno.
La benda che ricopre gli occhi di Themis è, come tutti sanno, indice di imparzialità, ma il grande vecchio del cinema statunitense, si divertirà per tutto il film a giocare sul filo dell’ambiguità: degli stati d’animo, delle situazioni e, perché no, anche dei simboli. Ecco così che il “non vedere” può indicare altro: il peso dei pregiudizi, ad esempio, che ci portano a non scorgere indizi e tracce che contrastano con la nostra lettura preconcetta del mondo; od ancora la volontà, magari anche inconsapevole, di richiudersi nella propria zona di confort, di chiudere gli occhi su quanto può alterarla e comprometterla sperando in questo modo, quasi come fa il bambino che si copre gli occhi per scacciare ciò che lo spaventa, di esorcizzare la minaccia.
Il contesto è quello di un classico film giudiziario. Il padre della bambina che sta per nascere, Justin Kemp, un buon uomo, come viene più volte ripetuto nel film, con un passato di alcolismo che è riuscito però a sconfiggere, costruendosi una nuova vita, deve farsi carico della seccatura di partecipare alla giuria di un processo per omicidio volontario. Il caso sembra molto semplice, un poco di buono, già affiliato ad organizzazioni criminali per lo spaccio di droga, è accusato di aver massacrato di botte la sua fidanzata, scaraventandola giù da un ponte e lasciandola morire in una notte di tempesta. L’accusato sembra schiacciato da prove incontrovertibili: è stato visto litigare in modo violento con la ragazza in un locale pubblico per poi seguirla in auto quando la giovane stava lasciando il bar, addirittura un testimone oculare l’ha riconosciuto mentre si aggirava sul luogo del delitto, illuminato dai lampi del temporale. Il giudizio della giuria popolare sembra una formalità, ma, durante la ricostruzione dei fatti, una folgorazione impietrisce Justin. Un anno prima, la notte dell’assassinio, Kemp – devastato dal dolore per la perdita della coppia di gemelli che sua moglie stava per partorire – era passato per la stessa strada dell’omicidio e aveva creduto, tornando a casa frastornato in mezzo alla bufera, di aver investito un cervo, mentre, invece, scopriva ora con orrore di aver scaraventato al di là del ponte la donna. Era sceso dall’auto senza accorgersi di nulla ed era poi ritornato a casa, mentendo alla moglie sul luogo dell’incidente, per nasconderle il fatto che era passato per il bar dove aveva assistito all’alterco fra l’accusato e la donna, resistendo però alla tentazione di ubriacarsi. Giudicate altamente improbabile il plot? Perché è forse probabile che un uomo uccida, senza conoscerlo, il padre e con la stessa inconsapevolezza giaccia con sua madre? Siamo dalle parti di una cupa tragedia o anche di un lucido incubo: quello di assistere al proprio processo per omicidio, rivivendo tutti i passaggi del proprio delitto, che viene però imputato ad un altro. Almeno per il momento… Svelato dopo già un quarto d’ora il mistero dell’assassinio, Eastwood, posti sulla scacchiera i pezzi dell’intrigo, può sviluppare con calma il suo racconto in modo lineare e asciutto, rispettando i codici del genere, scegliendo uno stile classico e distaccato nelle riprese, ma nello stesso tempo entrando, come un coltello nel burro, nelle illusioni del grande mito americano. Citando spudoratamente Twelve angry man il vecchio Clint ricrea, nelle fasi del dibattimento della giuria, la situazione di un gruppo di onesti cittadini che non vede l’ora di sbrigare una formalità, condannare una canaglia e confermare i propri sani pregiudizi sulla impossibilità del riscatto di un delinquente dichiarato; ma, come già nel film di Lumet, una voce solitaria si erge a difesa della Giustizia: critica la fretta e l’approssimazione dell’accusa, mette in luce possibili indizi a discolpa dell’imputato, insinua il tarlo del “ragionevole dubbio”. Solo che, in questo caso, non si tratta dell’integerrimo, coraggioso Henry Fonda, ma di uno sfuggente Nicolas Hoult, ottimo nella parte dell’uomo qualsiasi Justin Kemp, dilaniato dal dilemma di non volere contribuire alla condanna di un innocente, ma contemporaneamente deciso a non prendere il suo posto, schiacciato dal senso di colpa, ma nello stesso tempo attento a fare in modo che una revisione del processo non possa incastrarlo. Attraverso le calibrate considerazioni di Kemp, le sue equivoche mezze verità, che a poco a poco instillano in alcuni giurati il sospetto che non tutto sia filato liscio durante il processo, si rivela la caricatura di un altro personaggio dell’epopea del cinema americano (e di quello di Eastwood in particolare): l’impavido giustiziere che sostituisce la sua azione decisa a quella inefficace e sterile della legge, punendo con determinazione i colpevoli. Con la differenza, non priva di una sua feroce ironia, che, in questo caso, fare giustizia per Kemp vorrebbe dire giustiziarsi. Rifiutando ogni manicheismo, Eastwood colloca i suoi personaggi in una zona grigia dove ciascuno può trovare soggettivamente delle scappatoie per fuggire alle proprie responsabilità, ma rimane ugualmente corresponsabile del male. Il pubblico ministero (impeccabile Toni Colette in uno dei migliori ruoli della sua lunga carriera) è consapevole che qualcosa nell’impianto accusatorio è fragile, ma sa che ha comunque di fronte un criminale acclarato e ha fretta di ottenere un successo, che può garantirgli una rielezione nel suo ruolo pubblico, contribuendo alla condanna di un turpe femminicida. La moglie di Kemp intuisce che il marito le ha nascosto qualcosa, ma non può neanche lontanamente accettare che tutto il suo bel quadretto famigliare possa infrangersi. I giurati a poco a poco comprendono che la colpevolezza dell’imputato non è così scontata come poteva apparire in un primo momento, ma per partito preso, superficialità o stanchezza preferiscono alla fine non mettere in discussione le proprie scelte iniziali. E su tutti il cittadino modello, Kemp, scopertosi colpevole, non si rallegra del fatto che il caso ha voluto scagionarlo, rifiuta, almeno inizialmente, di cedere all’imperativo mors tua vita mea, eppure non solo non ha il coraggio di autodenunciarsi, ma dimostra, pur nell’angoscia, di saper agire con meditata circospezione, inaspettata astuzia e scoperto cinismo per sviare i sospetti, quando questi rischiano di sfiorarlo. E non si tratta solo di valutare delle decisioni individuali. L’amaro pessimismo di Eastwood mette sul banco degli imputati anche le procedure della giustizia americana, tanto approssimativa quanto solerte se si tratta di condannare un individuo già marchiato dallo stigma sociale e, in modo ancora più spietato, denuncia il determinismo che, come un karma inflessibile, ingabbia gli individui nel proprio passato, precludendo ogni possibilità di riscatto. L’accusato è condannato più a causa dei suoi trascorsi criminali che per le prove a suo carico e lo stesso Kemp scaccia immediatamente l’idea di poter confessare la sua colpa, ragionevolmente convinto che ad un ex alcolista, che ha avuto un incidente d’auto dopo essere stato visto ordinare in un bar un superalcolico, nessuna giuria vorrà credere.
Poi però qualcosa nell’ingranaggio di omertà, reticenza, silenzio si inceppa e si arriva ad un finale sorprendente, di grande forza emotiva, che riequilibra i piatti della bilancia retti dalla dea bendata. Chissà se alla base di questo finale si ritrova una traccia del roccioso idealismo di Clint o magari solo il fascino per una simmetria perfetta, che chiude rovesciando in uno sguardo gelido e accusatore l’iniziale immagine degli ingenui occhi bendati. O forse ancora ha prevalso la volontà di insinuare l’angoscioso sospetto che una colpa oscura aleggia sulla serena tranquillità della casa americana e i fantasmi del caos, che talvolta possono anche prendere le forme di una giustizia cieca e inesorabile, sono sempre sul punto di bussare alla sua porta.
