Prendiamola da molto lontano. Isaiah Berlin nel Legno storto dell’umanità sosteneva che le fondamenta inattaccabili della tradizione intellettuale occidentale si basavano, quanto meno da Platone in poi, su tre dogmi: per tutte le domande autentiche esiste una risposta vera; le risposte vere sono in linea di principio conoscibili; le risposte vere sono fra di loro compatibili e non possono entrare in contraddizione. Poi, grosso modo a partire dall’affacciarsi della temperie romantica, questo edificio andò a gambe all’aria, anche se Nietzsche sostenne che questo ruzzolone non fece che riportare alla luce una antica sapienza tragica, quella per cui Edipo non era responsabile dei suoi crimini, ma assieme era anche colpevole.
Alexandre è un giovane brillante, figlio di una star della tv, licée Henry IV, studia a Standford economia sostenibile, ma legge Bataille e vince premi letterari, suona divinamente il piano ed è consapevole del suo fascino. Un bourgeois dicono i francesi, senza bisogno di specificare se piccola, media o alta borghesia. Loro lo capiscono benissimo. Mila è invece una bella ragazza ebrea, di una famiglia modesta, figlia di una madre rigorosamente osservante, il padre ha lasciato la moglie e Mila frequenta sempre più la casa del genitore e della sua compagna (che è la madre di Alexandre), probabilmente per trovare una prima forma di emancipazione. Una sera Alexandre, tornato a casa dagli USA per assistere alla consegna di un onorificenza di grande prestigio al padre, accompagna, quasi per accondiscendere ad una tacita richiesta della madre, Mila ad una festa. Il giorno dopo è arrestato perché la ragazza lo ha denunciato per stupro. Entrambi dicono qualcosa di vero (precisiamo: delle affermazioni che descrivono degli stati di cose realmente esistenti) entrambi mentono (rovesciate la proposizione precedente). Entrambi quindi sono solo parzialmente attendibili.
Attal è impeccabile. Ricerca un’oggettività asciutta (che non vuol dire, banalmente “ciò che è realmente accaduto”) rinuncia al gioco delle parti (come appunto in Rashmon), non ci presenta il conflitto fra le diverse interpretazioni nel confronto dei due racconti contrapposti, ma, correndo il rischio della ripetizione, filma due volte, prima per Alexandre, poi per Mila, lo stesso sviluppo dell’azione. L’incredulità del giovane davanti all’accusa, la sua rivendicazione, indisponente e sprezzante, che il rapporto era stato consenziente, la relazione franca con il suo difensore, l’angoscia della reclusione. E poi, ricominciando tutto da capo, quasi in un angoscioso loop: la terribile decisione di Mila di denunciare lo stupro, sottoponendosi consapevolmente alla trafila infinita e umiliante degli interrogatori, degli esami clinici, dei confronti con gli psicologi. Nel processo poi il regista distilla e affina ancora di più, grazie al sapiente uso dei piani e del montaggio, lo stesso approccio. L’unica minima infrazione che si concede rispetto queste coordinate (ma, per Dio, con piena ragione) quando mostra un cretino della parte civile che porta la lettura di Bataille come prova indiretta della colpevolezza del ragazzo. Ma non appena si giunge alle aringhe finali, ci troviamo di nuovo di fronte ad un assoluto equilibrio: parte civile, procuratore della repubblica, difesa, tutti e tre hanno ragione. E nessuno di loro ha torto.
Per nostra fortuna gli umani hanno trovato delle forme compensative per risolvere questo dissidio irrisolvibile che già gli antichi greci conoscevano. La prima è la democrazia. Ognuno porta i suoi argomenti, poi si vota. E si ricomincia di nuovo. Un’altra è la verità giudiziaria, che dopo tre gradi di giudizio, diventa definitiva. Solo che anche uno studente di giurisprudenza del primo anno sa che siamo su un altro piano rispetto alla Verità. Ma si tratta solo di fragili approssimazioni. Se sì legge il film di Attal come una riflessione sulla cultura del #metoo o sulla inconsapevolezza di un maschilismo aggressivo e predatore, che intacca anche i rampolli della intellighenzia, non gli si dà pienamente ragione. Allora potrebbe essere accusato in modo semplicistico (cfr. Mariarosa Mancuso) di semplicismo e ambiguità perché non prende partito o peggio ancora di ipocrisia, perché, scavando fra le inquadrature, si possono sempre trovare appigli per sostenere le proprie tesi, trasformando i meriti in difetti (cfr. Balzac, Illusions perdues). Preferiamo pensare che Attal miri più in alto. Miri allo statuto della verità e alla radice della sua aporia. E della nostra tragica condizione. Almeno all’interno de Les choses humaines.
