Una piccola nota di costume.
Certo, venerdì una pioggerellina autunnale immalinconiva le vie, però nei caffè affollati delle piazze, al riparo dei grandi ombrelloni e piacevolmente riscaldati dalle lingue di fuoco delle stufe a gas sparate a manetta anche in maggio, in barba a guerra e riscaldamento globale, frotte di più o meno giovinastri inauguravano spavaldamente il weekend, mentre il vostro umile recensore se ne stava solo soletto, letteralmente solo soletto, nella sala grande del MPX.
Va be’. Continuiamo così. Facciamoci del male.
Il Canada è sferzato da una violenta tempesta di neve. Alex, una quindicenne svogliata, è rintanata in casa con la nonna che le parla in arabo, lei le risponde in francese e intanto, multitasking come tutti gli adolescenti, chatta con gli amici. Stanno preparando la cena della vigilia di Natale, la mamma non c’è ancora, al lavoro, dice lei. Scene di ordinaria noia. Poi il ritorno del rimosso. Un postino consegna un grande pacco misterioso. La nonna, visto il mittente, intima di nasconderlo, di non farlo vedere assolutamente alla figlia, che torna poco dopo ignara. Ma, come insegna il vecchio Freud, l’animazione degli oggetti è uno dei primi segnali dell’affacciarsi del perturbante. Durante la cena le donne sentono un rumore improvviso. Il grande pacco nascosto in cantina è precipitato al suolo, liberando il suo contenuto: quaderni scritti fitti fitti, centinaia di foto, audiocassette, ritagli di giornale. Tutta la voluminosa corrispondenza che Maia, la madre di Alex, aveva inviato negli anni ’80 da una Beirut massacrata dalla guerra ad una amica che era espatriata in Francia ed ora, dopo la morte improvvisa della donna, era stata rispedita al mittente. Questa volta è Maia, sopraffatta dal peso dei ricordi, a proibire alla ragazzina l’accesso al prezioso materiale, ma si sa, vietare in modo perentorio e immotivato ad una adolescente di 15 anni di fare qualcosa è come dire alla moglie di Barbablù di non aprire quella porta…
Alex nottetempo sgraffigna i primi quaderni, datati 1982, pacchi di foto, alcune cassette ed entra nel passato della madre. A questo punto alla coppia di registi si presentava la classica opzione di dischiudere la porta della memoria attraverso lo strumento del flashback, raccontando linearmente la vicenda parallela della giovane Maia, ma la scelta di Joanna Hadjithomas e Khalil Joreige, non solo cineasti, ma anche creativi libanesi di arti visive, è invece decisamente più dirompente. Tutto il materiale si anima, i diari si trasformano in pop-up dotati di vita propria, le immagini escono dalle loro cornici, spezzoni di ricordo si intrecciano con mosaici e collage di fotografie proliferanti sullo schermo e mentre la violenza brutale prima assedia e poi invade la città con gli squarci delle bombe, i traccianti nella notte, i bagliori delle esplosioni, il contorno della pellicola si contorce e brucia. C’è una carica irruente di energia in queste scene dal forte impatto espressionistico, che mantengono però anche l’ingenuità un po’ infantile di un diario di una ragazzina. C’è tutta la voglia di vivere e amare di un’adolescente che sta diventando donna, che scopre assieme l’amore e l’angoscia della morte. C’è la disperazione per la tragedia della sua città e della sua famiglia, devastata dall’atrocità del conflitto, che si intreccia con la disperazione, molto più consona alla sua età, di non poter stare con il suo ragazzo, ma assieme a questo anche esplode a tratti, al ritmo di One Way or Another di Blondie, una felicità incosciente, strappata con i denti alla ferocia della guerra.
Poi il film torna su binari più convenzionali, la scoperta della giovinezza rimossa di Maia riavvicina Alex alla madre e il viaggio finale delle due in una caotica Beirut ricostruita, anche se ancora segnata dalle ferite della guerra, permette a Maia di fare i conti con il proprio passato e ritrovare quella vitalità che avrebbe voluto rinchiudere in uno scatolone in cantina. Bravissime tutte quattro le attrici, ma soprattutto la coppia formata dall’impacciata Paloma Vauthier/Alex che si specchia nella disinibita Manal Issa/Maia da adolescente, c’è però forse un po’ di rammarico per come tutto l’immaginario visivo della prima parte del racconto si normalizzi nel finale, concedendosi solo un’aurora in time-lapse sopra Beirut filmata dalla giovane Alex che costituisce il contrappunto digitale delle fantasmagorie analogiche delle memorie libanesi. Ma la chiusura del cerchio non è completa, la conciliazione rassicurante con il passato mantiene ancora zone d’ombra. Maia conserverà ancora un segreto, inconfessabile alla figlia. Ed è forse bene che sia così. Non tutto può essere detto e se è inevitabile (e salutare) che i figli siano reticenti con i genitori e anche giusto che questi ultimi salvaguardino, almeno in parte, il loro passato. Quello della sincerità ad ogni costo è un mito sopravvalutato.
