C’è un equivoco che si dovrebbe chiarire prima di parlare di un film dei fratelli Dardenne: l’idea che nel loro cinema la vita scorra immediata e cruda davanti ai nostri occhi, senza nessun infingimento, come l’accadere stesso delle cose, colto in presa diretta da uno sguardo neutrale, oggettivo, freddo.
Beata ingenuità.
Già la grammatica visiva dei Dardenne, ampiamente trasformata loro malgrado in una scolastica, sfata questo pregiudizio “documentaristico”. Non c’è nulla di meno naturalistico del modo con cui i registi belgi tengono la macchina da presa incollata al volto o, ancora di più, alla nuca dei loro personaggi o di come gli spazi nel loro cinema risultino compressi, quasi asfissianti e solo raramente si aprano al respiro di un campo lungo, mentre l’uso frequente dei piani sequenza, più che dar fluidità alle riprese, le rende più agitate e drammatiche. Ma è soprattutto nella costruzione delle loro storie che si avverte profonda l’ipoteca di una visione filosofica tragica dell’esistenza, costretta nei vincoli di un determinismo sociale inesorabile che sembra non lasciare nessuno spazio di libertà e dove però si può accendere, inaspettata, imprevedibile, gratuita come la Grazia, la possibilità della scelta che è responsabilità, più che per sé stessi, per l’altro.
Questi sono anche i temi che si ritrovano in Jeunes mères che introduce però una novità di rilievo nella filmografia dei Dardenne. Il loro cinema, che si era fin qui sempre concentrato sulla singolarità di una vicenda umana dove la combinazione di inderogabili condizionamenti sociali con l’aleatorietà del caso creava lo spazio per la decisione fatale del protagonista, si apre ad una dimensione corale.
Un centro di assistenza per ragazze madri nella periferia di Liegi, dove quattro giovani, poco più che bambine, devono affrontare la difficile sfida di una maternità non voluta. Per ciascuna un contesto alle spalle di miseria, privazioni, degrado: genitori assenti o peggio madri egoiste e violente, passati di dipendenza da droghe o alcol, legami affettivi tossici. Per ciascuna il disperato bisogno dell’altro, di immaginare la possibilità di un futuro, talvolta in modo sventato e improvvido, in altri casi decidendosi per una nuova responsabilità; situazioni diverse dove comunque il rapporto con la maternità è vissuto di volta in volta, spesso per la stessa ragazza, spesso nello stesso istante, come un fardello insensato oppure come una opportunità di vita nuova. La regia decide di seguire isolatamente ciascuna vicenda, spezzando la narrazione in quadri separati e riducendo al minimo gli echi e le interazioni fra le diverse storie: in questo modo sfugge un po’ la vera dimensione corale, ridotta al ruolo di collegamento del personale angelico e sollecito che si prende cura delle ragazze e a qualche scena un po’ posticcia d’assieme. Sta più al gioco di simmetrie creato dalla sceneggiatura tessere una rete di corrispondenze fra le diverse storie, tracciando un gioco di rispecchiamenti che deve essere piaciuto molto alla giuria del Festival di Cannes che ha assegnato al film il premio per la miglior sceneggiatura. Se così Jessica, la ragazza sul cui volto da bambina sperduta si apre il film, cerca disperatamente di riallacciare i rapporti con la sua genitrice naturale che l’ha lasciata in affido dalla nascita, Ariane con sofferenza e determinazione vuole staccarsi dal legame soffocante con la madre possessiva e violenta. E ancora, mentre Julie trova un àncora di salvezza nell’affetto sincero e appassionato del suo ragazzo, Perla vorrebbe aggrapparsi con incoscienza fanciullesca all’amore per il padre del suo bambino, un ragazzetto scapestrato, immaturo e del tutto indifferente alla giovane. Alle relazioni oppositive, su cui poggia la trama formale dei richiami fra le vicende, si connette poi l’andamento drammatico delle diverse storie che si sviluppa in un’alternanza ricercata di illusione e disincanto, speranze e disinganni che determina il respiro emotivo del film. In questo caso i Dardenne equilibrano con misura la focalizzazione ora soggettiva ora oggettiva di queste ondulazioni affettive: se allo spettatore risulta fin dall’inizio chiara l’irragionevole, puerile fiducia di Perla nella possibilità di costruire una famiglia con il suo ragazzo svogliato e insensibile, si può però sperare che la volontà determinata di Julie di non ricadere nel buco nero della droga riesca a prevalere sulla coazione a ripetere verso l’abiezione. In entrambe le situazioni, la frustrazione delle aspettative giunge sconsolata: nel primo caso, amaramente prevedibile, nel secondo angosciosamente disperata. In ciascuna storia poi il rapporto improvviso con il futuro (che cosa è un neonato che piange o sorride se non la possibilità fragilissima e indifesa di un futuro a venire?) spinge ciascuna delle ragazze a fare i conti con il proprio esile, tormentato passato. Ed è in questa relazione che il confronto fra Ariane e la madre risalta come il vero cuore drammatico, più riuscito ed autentico del film: la decisione lacerante dell’abbandono, della propria figlia data in affido, della propria madre che cercava nella nipote una compensazione per la propria vita desolata, si rivela come l’unico atto d’amore possibile, la rinuncia di sé, di qualcosa di fondamentale di sé, per trovare ancora una possibilità per la sua figlia teneramente amata e per sé stessa.
Film che mantiene, pur nei suoi momenti più commoventi, quella sobrietà asciutta, perfino austera che è il marchio di fabbrica del cinema dei Dardenne, Jeunes mères trova forse il suo limite maggiore in uno dei suoi meriti più riconosciuti: l’accurata costruzione formale che però risalta in evidenza, più che in altri casi, con il suo raffinato tessuto connettivo di corrispondenze ricercate, contravvenendo ad una massima del vecchio Kant che sosteneva come l’arte, pur prodotto meditato di un’intenzionalità cosciente, dovesse però apparire quale frutto miracoloso di una spontaneità naturale. Nel nostro caso, la famosa immediatezza cruda del cinema dei Dardenne da cui eravamo partiti, da sempre esito di costruzione scrupolosa e ragionata, qui forse, un po’ troppo scrupolosa e ragionata.
Ma sarebbe ingeneroso fermarsi a questo primo livello. Il cinema dei Dardenne ha che fare con la Grazia. E la Grazia si presenta nei momenti più inattesi, nei gesti più semplici e banali. Una porta che si chiude sul nero dello schermo, mentre madre e figlia entrano in un locale per un selfie, due sorelle che reggono assieme la scaffalatura di una libreria lungo una scala oppure, nella scena più bella del film, il modo preciso, accurato, ma assieme tenero e un po’ infantile con cui una mamma, che è ancora bambina, piega, con tutto l’amore del mondo, la lettera che ha scritto, messaggio in una bottiglia, per il futuro di sua figlia. Ed è in quel piccolo gesto struggente che si cela preziosa la corrispondenza più sottile, e riposta di tutto il film con l’altrimenti incomprensibile poesia di Apollinaire, L’adieu, che chiude la pellicola: “Nous ne nous verrons plus sur terre /Odeur du temps, brin de bruyere / Et souvient-toi que je t’attends”
