Digressivo, sconcertante, confuso, malinconico, bizzarro il film di Kleber Mendoça Filho è un oggetto proteiforme, instabile, apparentemente senza un centro di gravità, che si dilata in direzioni diverse ed è unificato, prima che dallo sviluppo di una storia che a poco a poco si fa strada fra divagazioni e pause, da una vitalità esuberante e disperata. E la vita è anche sporca, laida, brulicante e colorata. Come è coloratissimo il passato, gli anni ’70 in Brasile che il film ci ricorda: il giallo del maggiolino del protagonista o delle cabine telefoniche che sembrano i caschi dei cattivi in Balle stellari, il rosso del sangue, i cromatismi sgargianti del carnevale e delle vestagliette improbabili di Dona Sebastiana, santa protettrice di una comunità di “rifugiati”. Il presente del ricordo, che comparirà ad un certo punto a tirare le fila del racconto, è più smorto, asettico: una dominante di grigi con il contrasto fra gli schermi freddi dei computer e le macchie di colore delle vecchie audiocassette che delle giovani ricercatrici stanno ascoltando, ripercorrendo le vicende che vediamo proiettate sullo schermo.
Mendoça Fihlo si diverte a confondere, fin dall’inizio, le carte con un incipit dark, pure nella luce abbacinante della estate bollente brasiliana. Una stazione di servizio scalcinata e, a mala pena coperto da un cartone fermato da un sasso, un cadavere in putrefazione che attira nugoli di mosche e cani randagi. “Un balordo ucciso da una guardia giurata”, commenta il benzinaio, che è ancora più mostruoso del morto in decomposizione, mentre fa il pieno di benzina a Marcelo, un uomo sulla quarantina, fascino da bel tenebroso, non particolarmente turbato dallo scenario orrido, né dall’arrivo della polizia che, del tutto indifferente al cadavere, cerca ogni pretesto per incastrare il viaggiatore (si tratta del grande Wagner Moura, meritatissima Palma d’Oro per la migliore interpretazione maschile a Cannes 2025). Collegando titolo del film ed atmosfera si potrebbe pensare all’avvio di una missione di spionaggio, mentre siamo davanti ad una fuga – non si sa bene da dove e perché – e ad un ritorno. Film politico, in prima istanza, film sulla perversione del potere dispotico. 1977: sono gli anni della dittatura in Brasile su cui era già tornato il bellissimo Ainda estou aqui, ma Mendoça Filho non pone l’accento, come Walter Salles, sulla natura oppressiva e liberticida della tirannia dei militari, quanto sulla corruzione e il caos quali effetti collaterali di un potere arrogante, ma in fondo impotente, che lascia spazio all’esercizio minuto dell’arbitrio violento da parte di pescecani grandi e piccoli. Lo stato è rappresentato dalla foto del presidente Ernesto Geisel, onnipresente, ma nella sua ombra, nello spazio di indeterminatezza di un diritto svuotato, poliziotti depravati e grotteschi, capitalisti rapaci e criminali, killer spietati, imperversano. Ma anche se questo livello è importante, siamo al primo involucro, più profonda e resiliente scorre la vita, si stringono comunità di solidarietà come spazi franchi, emergono in primo piano commoventi relazioni d’affetti come quella fra Marcelo e il figlio Fernando. C’è una scena estremamente significativa di questa connessione fra piani: Marcelo ha appena saputo che la sua vita è in pericolo, sicari sanguinari lo stanno braccando, deve mettere in salvo se stesso e il figlio, ma appena uscito dal luogo dell’incontro dove è venuto a conoscenza di questa fatale notizia è inghiottito dalla folla ebbra del Carnevale al cui flusso si uniforma, danzando.
Nel suo gusto citazionista e nella commistione di generi in cui immerge la narrazione, Mendoça Filho richiama i thriller degli anni ’70 e il cinema di Brian De Palma: vediamo split screen e inseguimenti di killer dove preda e cacciatore si scambiano di posto, ma anche un uso estremamente raffinato e con un alto valore semantico dello split field diopter che permette di porre a fuoco due personaggi distanti nella profondità di campo. Il regista usa due volte questo espediente cinematografico, in due situazioni opposte, ma entrambe di fortissima tensione emotiva, segnando in questo modo una relazione di intimità fra i personaggi: struggente, nel caso del padre che reincontra il figlio bambino, vedendolo intento a disegnare; feroce, quando la belva – il killer – punta la sua preda in cui comincia a crescere un panico freddo. Perché la vita attraversa questi due estremi. Così come lo squalo – la grande metafora che ricorre come un refrain nel film – incarna gli estremi: l’ottusità di un potere che è pura anomia e capriccio crudele e divora onnivoro le sue vittime, ma anche la potenza dell’immaginazione – il bambino che anima i suoi disegni infantili di squali fluttuanti su cui galoppa assieme al padre – che si ribella e sogna mondi altri. Ed ancora vita e morte si incontrano, putrefazione ed energia irrefrenabile, incarnate in una gamba mozzata che vaga anarchica per la città.
Prolisso, eccessivo, popolato di personaggi secondari, ciascuno dei quali sembra poter aprire lo spazio per storie depistanti che si aggrovigliano l’una sull’altra smarrendosi, il film di Mendoça Filho è anche un film sul cinema e sugli incubi (gli incubi che si vedono al cinema). Se proprio vogliamo trovare un centro simbolico ad un film rizomatico questo è la cabina di un proiezionista, il padre di Marcelo, dove, con una mise en abîme un po’ manierista, si proietta l’unico film che intravediamo su di un agente segreto Le Magnifique di Belmondo. Ma si proietta anche, mentre nella sala fra chiacchiere, esclamazioni e fellatio pulsa la vita, Lo Squalo, la cui locandina con le fauci spalancate del pescecane angoscia gli incubi di Fernando, troppo piccolo per potere già vedere il film. Mendoça Filho sembra così dirci nel finale che non bisogna pensare di poter cancellare gli incubi che popolano i sogni del bambino così come quelli del passato, ma anche del recente presente, del Brasile riponendo fiducia solo nella razionalità rasserenante della veglia, altrimenti i mostri continueranno a ripresentarsi come un rimosso che ritorna. Bisogna affrontarli. Il figlio di Marcelo cesserà di essere inquietato dai suoi sogni paurosi di squali quando finalmente potrà vedere Jaws di Spielberg. Così come la memoria può tenere a distanza il passato, evitando che si creino i presupposti per il suo inopinato ritorno, solo facendo il suo compito.
Ricordando.
