“Ok, boomer…” Ecco, me lo sono detto da solo, così la finiamo subito qui. Ma non è colpa mia se l’idea non è proprio originalissima. Lasciando perdere Leucippo, di cui non si sa neppure con precisione se era un uomo o una donna (e poi si crede che il gender fluid sia una categoria up-to-date), diciamo che ha poco più di 300 anni. Un diplomatico, bibliotecario, matematico, linguista e, a tempo perso, filosofo tedesco (la filosofia è, per fortuna, per sua natura “tempo perso”) a cavallo fra il XVII e il XVIII secolo aveva presupposto la possibilità di infiniti mondi. Adesso, in questo preciso istante, mentre state leggendo queste righe – a meno che non abbiate già scrollato oltre (attenzione, lo scrolling è importante per questo film) – magari avete inavvertitamente sbattuto le ciglia. Bene, possiamo immaginare un universo del tutto identico al nostro, salvo che per questo insignificante dettaglio. Ma, procedendo per questa via, possiamo applicare questo principio ad ogni istante di tutta l’infinità del tempo, per tutti gli infiniti enti e le loro infinite parti e questo per tutti gli infiniti mondi che si moltiplicano all’infinito in questo gioco. Infinito all’infinitesima potenza. Poi però Leibniz ( si chiamava così quel signore) era un uomo del suo tempo: maschio, bianco, europeo, a quanto si sa, etero, credente e rispettoso dell’autorità e quindi il buonuomo pensò che tutto questo guazzabuglio non potesse certo esistere dovunque e tutto contemporaneamente, ma se ne stesse acquattato nella mente di Dio. Il Creatore nella sua opera perfetta, procedendo secondo il principio del meglio, aveva quindi scelto di generare, fra gli infiniti mondi compossibili virtuali, il migliore, cioè quello in cui viviamo noi (facile glossa : “sai gli altri…”). Come concludeva il filosofo leibziniano Pangloss nel Candide di Voltaire: “Tout est au mieux dans le meilleur des mondes possibiles”. Ora Daniel Kwan e Daniel Scheinert, (conosciuti ormai come i Daniels), in ossequio ai tempi inclusivi, hanno eliminato l’iperbolica e barocca gerarchia leibziniana, quella sì veramente visionaria e folle, e hanno optato per la compresenza parallela di tutti gli universi, scardinando, in nome del politically correct, ogni regime di apartheid fra un cosmo e l’altro, e quindi immaginando la possibilità di saltabeccare liberamente tra i mondi differenti, ibridandoci con le infinite copie del nostro io.
Ma procediamo con ordine per quanto questa parola strida nel multiverso dei Daniels. Evelyn Wang (formidabile Michelle Yeoh, ex Bond Girl, ex eroina della Tigre e il Dragone) è una donna non più giovane che gestisce con il marito Waymond una lavanderia a gettone e non ha tempo per essere frustrata da una vita ottusa e insignificante perché è pressata dall’arrivo dalla Cina del padre, pronto a scaricarle addosso tutto il suo risentimento per l’abbandono della famiglia, dalle rivendicazioni di Joy, la figlia lesbica che non si sente accettata, dal marito che sta per lasciarla e soprattutto dalla sadica acribia di una perfida esattrice delle tasse che minaccia di chiuderle il negozio (piccolo inciso, meravigliosa, nel ruolo della feroce e flaccida ispettrice, Jamie Lee Curtis che si prende gioco con soave ironia del suo passato di sex symbol accettando di incarnarsi in metamorfosi mostruose). Sembrerebbe quindi il classico film indie, che indaga la crisi di relazioni intergenerazionali in un ambiente marginale, se non fosse che già dall’inizio la rapidità di montaggio e l’instabilità inquietante della composizione dei piani sovvertono le consuetudini del genere tanto che, quando una presenza arcana che si è incarnata nel marito di Evelyn annuncia alla donna che è l’eletta destinata a salvare il multiverso dalla distruzione, non si è più di tanto sorpresi. Se vi sembra di aver già visto Waymond avete fatto centro. È, 40 anni dopo, il ragazzino frenetico che accompagnava Indiana Jones alla conquista del tempio maledetto. In quell’ “antico” film di Spielberg (un altro boomer) c’era una scena memorabile: l’aereo, che trasportava Indiana, stava per schiantarsi contro le cime dell’Himalaya e l’archeologo e i suoi amici per salvarsi si gettavano dal velivolo in volo all’interno di un gommone che precipitava, dopo una caduta vertiginosa, sulle nevi della montagna, schizzava via fra gli alberi, piombava da un dirupo abissale fra le rapide di un fiume turbinoso che trascinava come un fuscello fra vortici e onde l’imbarcazione. Il tutto dura 3 minuti scarsi. Ora immaginatevi lo stesso ritmo, la stessa frenesia, la stessa tensione adrenalinica protratta per 2 ore e 10 (i primi 10 minuti sono già trascorsi fra la lavanderia e l’ufficio delle tasse ) in un mix pop di generi fra il fantasy e i film di arti marziali, fra la fantascienza e i teen-movies, l’animazione e il melò, in un caleidoscopio di citazioni e parodie frullando assieme i misticismi filosofeggianti di Matrix e Lucy con la raffinatezza esangue di Wong Kar Wai, il surrealismo manierato di Michel Gondry e l’humour noir irriverente dei Monty Python, senza dimenticare Kubrick, Wes Anderson e Ratatouille e poi chissà quanti altri scomparsi al di sotto della soglia di percezione, risucchiati dalla velocità impetuosa del montaggio. Se poi qualcosa sfugge della trama, dei salti da un universo all’altro, dell’origine del male che minaccia la radice stessa dell’essere, incarnato nel fascino nichilista di un sinistro bagel gigante, della malvagità per mancanza di affetto materno di Jobu Tupaki (alias Joy) poco importa. C’è comunque un metodo nel disordine programmatico dei Daniels ed è antico come il cinema. Lo scontro e assieme la fusione dei diversi universi segue i princìpi di connessione del montaggio che crea dinamismo attraverso accelerazioni, regressioni, sospensioni e accumulo di energia per nuovi balzi in avanti, mentre la composizione sorprendente e spiazzante dei piani indirizza la visione suggerendo un senso, precario e parziale, perché immediatamente sabotato per dare via ad una nuova ricostruzione. Il tutto ad una velocità che intontisce anche perché, nonostante l’ingannevole ripartizione in tre sequenze (Everythig, Everywhere, All at once) l’ordine anarchico che sovraintende il caos di EEAAO prevede che tutto sia posto orizzontalmente sullo stesso piano, rifuggendo ogni subordinazione o connessione sintattica, e privilegiando l’accumulo paratattico. In effetti, a rigor di logica, la narrazione – intesa come sviluppo di una storia – nel multiverso di EEAAO dovrebbe essere solo fittizia, l’inizio e la fine apparenti, si potrebbe partire da ogni nodo della rete dei mondi paralleli ed arrivare a qualsiasi altro disegnando i più sfrenati ed intricati arabeschi, tratteggio a cui, effettivamente, nel centro del film, i Daniels si dedicano con creatività allegra e sorprendente.
C’è chi ha parlato (i più) di un film allucinato e geniale, chi invece (saranno stati sicuramente dei boomers) vi ha visto un accozzaglia bulimica e noiosa. Il problema è che una configurazione simile è, per sua natura, indifferente al tempo e il suo dipanarsi può avere la stessa vivace monotonia ipnotica dello scrollare dei video di Tick Tock sul cellulare. La questione non è che EEAAO sia troppo lungo e sfilacciato, certo, dura 2 ore e 20, ma sarebbe potuto durare la metà o il doppio o come un dramma barocco, dall’alba al tramonto, o per giorni interi come una partita di cricket, poco cambiava. Solo che le esigenze di produzione richiedono un inizio ed una fine e i Daniels scelgono, per non sbagliare, in ossequio alla stazione spaziale di 2001 Odissea nello spazio, del Bagel gigante e degli oblò delle lavatrici, una struttura circolare. Dalla lavanderia si parte, alla lavanderia si ritorna. I dissidi pacificati, le diversità accettate, i conflitti intergenerazionali acquetati: l’amore e il rispetto trionfano. Da Leibniz a Leibniz, dopo aver errato fra i più bizzarri mondi possibili, con un po’ di delusione, riscopriamo che “Tout est au mieux dans le meilleur des mondes possibiles”.
