La grazia

Non si può dire che Sorrentino non sappia fare gli incipit. Dopo l’arrivo a volo planante sul golfo di Napoli di È stata la mano di Dio e l’uscita di Venere  dall’acqua di Parthenope, qui, sfrecciando nell’azzurro nazionale, uno stormo di jet lontano vira come per allontanarsi e scomparire nell’indistinto dell’orizzonte, invece cabra ancora e punta direttamente su di noi, quasi come i draghi di Avatar a squarciare lo schermo, per inondarci dei densi vapori tricolori mentre in sovraimpressione scorrono in successione i diversi punti del articolo 87 della Costituzione dedicato alle funzioni e ai poteri del Presidente della Repubblica fino al penultimo (a quanto pare, a Sorrentino non sembra interessare il conferimento di onorificenze) “Può concedere grazia e commutare le pene”.
Ed infatti di grazia parla l’ultimo film di Sorrentino e del passaggio lento, molto lento, dalla gravità alla leggerezza. Semestre bianco, il presidente Mariano De Santis, per i più conosciuto come Cemento Armato (indice di resistenza, ma anche di una qual certa fissità) passeggia per i saloni vuoti del Quirinale e i camminamenti sui tetti, fumando sigarette di nascosto dalla figlia con la complicità di un colonnello dei corazzieri filosofo, temporeggiando per non prendere decisioni. Ci sono in sospeso due richieste di grazia e la firma di una legge controversa sull’eutanasia (che in Italia una legge sull’eutanasia sia arrivata alla firma sul tavolo del Presidente della Repubblica già potrebbe collocare il film di Sorrentino nel genere fantasy). Mariano però non sembra pensare molto a queste incombenze, su cui lavora con passione e alacrità la figlia, che pare svolgere le funzioni di segretaria del gabinetto presidenziale (nepotismo?), perso com’è fra memorie e spettri del passato. L’assilla il ricordo del suo grande amore, la moglie morta ormai da diversi anni, ma ancora di più lo rode la consapevolezza del suo tradimento, quarant’anni prima, e il mistero su chi sia stato il suo amante. Sorrentino procede pacato, con gusto estetizzante, per quadri giustapposti, senza indicare nessuna palese evoluzione del suo personaggio, irrigidito fra indecisione e dubbi, un’ansia strisciante e la rassegnata tristezza per il tempo che scorre. Unico indizio che qualcosa sta cambiando è l’improvvisa fascinazione del presidente per il rap di Gué. La regia indugia elegante su infilate prospettiche di saloni vuoti, sontuosi arredi e la nebbia soffusa dei ricordi, dove in lontananza appare come un fantasma la moglie del Presidente, curando con raffinatezza ricercata e un po’ esangue la composizione formale delle inquadrature immote. Poi compaiono i soliti personaggi di contorno, al limite fra l’onirico e il bislacco, come il papa nero rasta (niente spinello?) che parla per koan zen e ha la saggezza indolente di un santero cubano o Cocco, la compagna di classe sboccata come un portuale alle cene del presidente, e, immancabili, i dialoghi “alla Sorrentino”, tali e quali a quella che potrebbe essere una conversazione fra la Pizia di Delfi e la Sibilla cumana: tutto un aforisma, una sentenza profonda, una allusione enigmatica. Abbondano (e come non potrebbe essere) le simbologie: alcune piuttosto scontate, Mariano che vede riflessa la propria vecchiaia in quella del presidente del Portogallo in visita di stato e subito un fortunale con venti a 200 all’ora fa stramazzare il poveretto, per non parlare di De Santis astronauta in assenza di gravità -ma sicuramente molti avranno trovato poetica quella scena – e altre intenzionalmente astruse come l’inguardabile passeggiata del presidente in via Condotti, davanti a cittadini pietrificati come le belle statuine, scortato dalle guardie del corpo e preceduto da un cane segugio drone (Saverio Costanzo aveva fatto accompagnare da un leone la sua protagonista che si aggirava per le vie di Roma in Finalmente l’ alba, Sorrentino non voleva certo essere da meno). Poi, se proprio si va a vedere, la soluzione degli arcani non è così difficile. La verità “che è impossibile da conoscere” a cui del resto “si dà troppa importanza”, come ci viene detto con noncuranza oracolare qua e là per il film, non sfugge all’occhio di falco di De Santis, giurista sopraffino e detective a cui Sherlock Holmes gli fa un baffo che svela le macchinazioni di un subdolo professore di storia (dov’è che si insegna solo storia nelle scuole secondarie della Repubblica?) e premia la sincerità, al dire il vero indisponente, di un’affascinante carcerata dagli occhi azzurrissimi, il colore preferito dalla moglie del presidente, assegnando secondo giustizia redistributiva e senza dubbi la grazia a chi la merita. E la risposta alla questione delle questioni “Di chi sono i nostri giorni?”  è proprio quella che tutti in Occidente – escluso forse qualche devoto controriformista dell’arcivescovo Lefebvre – ritengono che sia. Servillo al meglio, composto e triste, abbandonata ogni gigioneria,  incarna con misura un presidente in crisi di identità ed un vecchio smarrito nei suoi rimpianti  e nei suoi risentimenti che vede con un misto di noia e angoscia i giorni sfuggire. Le inquadrature mute sull’attore assorto nella penombra delle stanze quirinali sono le cose migliori del film (soprattutto perché mute). Molto brava anche Anna Ferzetti, figlia devota e appassionata fautrice della legge sull’eutanasia che si rifà dei tentennamenti del genitore inquieto sottoponendolo ad una dieta da fachiro indiano. Apprezzabile anche l’interpretazione contrapposta di Linda Messerlinger e Vasco Mirandola nei panni dei due richiedenti grazia, la prima tanto bella quanto arrogante, il secondo afflitto e apatico, qualità che lo sguardo infallibile di De Santis però trapassa cogliendo l’autenticità della prima e la doppiezza del secondo. Poi malinconico e dimesso giunge il finale, Mariano nel suo appartamento molto piccolo borghese che vede i suoi rovelli rancorosi un po’ meschini stroncati sul nascere dalle intemperanze di Cocco. Forse per la leggerezza d’astronauta l’ex presidente deve lavorare ancora un po’ così come un Sorrentino, prigioniero dei suoi manierismi e dei suoi birignao, per la “grazia”.

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