Un Eroe, di Asghar Farhadi. (In verità, lo confesso, un piccolo saggio sul cinema di Farhadi. “When the going gets tough, the tough get going!” Bluto)
“Sventurata la terra che ha bisogno di eroi”.
Così Bertolt Brecht. A giudicare dall’ultimo film di Farhadi, questa sentenza si potrebbe applicare all’Iran contemporaneo, un paese che nella sua morale pubblica glorifica i martiri, esalta lo spirito di sacrificio del singolo per il bene comune, anche se è poi la sua stessa società a diffidare dei suoi eroi, a non credere ai miti che essa stessa produce.
Ma forse Farhadi non sta parlando solo dell’Iran.
Rahim è un uomo gentile, dal sorriso luminoso e schietto, dall’aspetto che comunica disarmante sincerità. È appena uscito di prigione dove sconta una condanna per debiti inevasi. Ha un permesso di due giorni e va a trovare la sua famiglia. È separato e il figlioletto, sensibile ed introverso, vive con la sorella e il cognato. Quello che più gli preme è però incontrare la sua fidanzata segreta, la logopedista che ha in cura il figlio di Rahim, affetto da balbuzie, per cercare di vendere delle monete d’oro che la donna ha casualmente trovato in una borsa smarrita. Rahim spera di poter pagare, con il ricavato, il debito che deve a Braham, il marito di una sorella della moglie, riottenendo in questo modo la libertà. Ma i due innamorati si sono ingannati sul valore dell’oro che è ben lungi dal riscattare il debito. Rahim, in parte per la delusione, in parte per il rimorso di tenere del denaro non suo e forse anche per calcoli opportunistici, decide di restituire, seppur in modo piuttosto macchinoso, la borsa al legittimo proprietario. La notizia che un povero detenuto, in prigione per debiti, ha compiuto un’azione così disinteressata, fatta trapelare ad arte dalla direzione del carcere, desiderosa di far dimenticare un oscuro caso di un suicidio in cella e amplificata dalle televisioni e dai media, innalzerà Rahim al ruolo di eroe pubblico, facendogli balenare, grazie all’aiuto di una associazione caritatevole di supporto ai carcerati, la possibilità della libertà. Ma il destino dell’uomo è quello di rimanere “a hero just for one day”: la pervicace e risentita opposizione del suo creditore, l’invidia e la diffidenza fomentata dai social, la stessa improvvida e disarmante dabbenaggine di Rahim, che si attorciglia in un groviglio di piccole bugie e mezze verità per raggiungere i suoi scopi, lo consegneranno al fallimento.
La struttura dei film di Farhadi, a ben vedere, è abbastanza semplice. Il regista iraniano non fa che applicare il meccanismo di scrittura di un giallo, il ritmo scandito del suo sviluppo cinematografico, alla più banale quotidianità. C’è una situazione di tranquilla medietà che viene interrotta da un evento inatteso, un delitto nei polizieschi, qualcosa di molto banale nei film di Farhadi: durante una lite una signora ruzzola giù dalle scale (Una separazione), un inavvertito scambio di persone (Un cliente), il ritrovamento di una borsa con del denaro (Un eroe). Lo scorrere ordinario delle cose si incrina. Si presenta una prima lettura della situazione che, lo sappiamo già in anticipo, sarà progressivamente inquietata dall’emergere di nuove rivelazioni che, smantellando i nostri pregiudizi, ci porteranno in un’altra direzione.
C’è però una particolare infrazione nel cinema di Farhadi rispetto alle dinamiche del genere. Nei polizieschi classici come in Conan Doyle, ciascun indizio, per quanto appena percettibile, ha un valore ben preciso, costituisce un tassello nella ricostruzione del puzzle finale, è un nodo della rete che l’intelligenza del detective (o dello spettatore smaliziato) saprà tirare, alla conclusione della vicenda, per pescare la verità e risolvere il caso. Nelle derive post-moderne, come ad esempio in Pynchon, invece, il proliferare delle tracce diventa pletorico, gli indizi sono opachi, allusivi, ma ambigui, le piste si moltiplicano e si incrociano in un labirinto inestricabile. Farhadi sembra combinare le due modalità: centellina le informazioni, facendole scivolare in modo a volte inavvertito, ciascuna però ha un peso che sembra decisivo, comporta una rivelazione che ci permette di fare un passo avanti nella comprensione, ma, paradossalmente, non ci avvicina alla conclusione piuttosto ce ne allontana perché complica il quadro che dobbiamo interpretare, aggiunge nuove sfumature, moltiplica i punti di vista. L’incremento di conoscenza non è risolutivo, ci rende solo più cauti: non abbiamo una soluzione, ma solo il rafforzarsi di un prudente principio di precauzione che ci porta a diffidare delle nostre conclusioni. E questo accade anche perché la sceneggiatura, intenzionalmente, non ci offre tutti i dati necessari per poter stringere la verità: qualcosa (molto) rimane sempre non detto, permane oltre l’orizzonte percepibile. Che fine ha fatto la proprietaria della borsa? Che cosa oltre al debito non pagato aizza il rancore di Braham o l’acribia con cui l’impiegato, che deve vagliare la pratica di assunzione di Rahim al municipio, esamina il suo caso, scoprendone i lati oscuri? Qual è l’effettivo motivo del fallimento di Rahim che l’ha portato all’insolvenza, è credibile la sua versione di un socio fuggito con il denaro? Perché la moglie di Rahim non compare mai in scena? Perché il figlio di Rahim non vive con lei, ma è assegnato alla sorella del padre? Qualcuno, per nulla intimidito dalla fama che hanno i film di Farhadi di essere scritti in modo magistrale, è arrivato, davanti a questo cumulo di silenzi e reticenze, a parlare di evidenti buchi di sceneggiatura. Si potrebbe rispondere a questa obiezione facendo però notare che, in fondo, è la realtà stessa in cui viviamo ad essere opaca e irresoluta, a negarci tutti i dati necessari per una interpretazione univoca. L’insoddisfazione che avvertiamo per l’accurato disordine messo in scena dai film di Farhadi è quella stessa che proviamo nella nostra esperienza di ogni giorno. Si scopre così nello sguardo oggettivo, freddo di Farhadi, per nulla empatico nei confronti dei suoi personaggi, la chiave di un nuovo neorealismo che ha la sua cifra in una problematica indecidibilità.
Indecidibilità etica, in prima istanza. Il problema che Farhadi ci propone in Un Eroe sembra essere un caso di scuola, preso di peso da un laboratorio di etica applicata. Restituendo la borsa sottratta, il protagonista compie una buona azione? La risposta sembra essere scontata, ma l’obiezione che muove Braham è tanto provocatoria, quanto centrata. Restituire ciò che non è proprio non comporta nessun merito, perché è il semplice espletamento del proprio dovere. D’altra parte, questo argomento è per Braham la premessa per trasformare l’azione di Rahim in una colpa. Il suo debitore non avrebbe agito mosso dall’intenzione sincera di compiere il bene, ma per millantare un’onestà posticcia. Ora, si potrebbe però rovesciare contro l’accusa la sua stessa radicalità. Che importanza ha l’intenzione con cui ci si accinge ad agire se il risultato dell’atto è conforme comunque al dovere e, soprattutto, produce un effetto positivo, ripara od evita un eventuale torto? Quello che emerge non è così una soluzione pacificante, ma il conflitto delle interpretazioni che si fanno scudo della morale per giustificare interessi, ragionevoli, ma soggettivi (la speranza della libertà per Rahim, l’ansia di una giustizia che assomiglia alla vendetta per Braham). Ma è anche fin troppo facile parlare di ipocrisia, si tratta piuttosto di prospettive etiche schierate sulle posizioni opposte di uno scontro irrisolvibile: da un lato un etica dell’intenzione (di ascendenza kantiana, giusto per risvegliare le reminiscenze liceali), che valuta la moralità di un azione a partire dalla purezza del proponimento con cui ci predisponiamo ad agire, dall’altro una morale utilitaristica, che calcola l’efficacia etica di un atto sulla base del grado di utilità e felicità collettiva prodotta. Il tutto, se non bastasse poi questo, complicato dalla paradossalità estrema di una posizione che nega la possibilità stessa dell’esistenza di buone azioni, dato che possono darsi solo atti conformi al dovere o malvagi. Questo contrasto ci fa quindi ulteriormente scivolare dal piano etico a quello ontologico. Ora, diciamocelo fuori dai denti, la posta in palio nei film di Farhadi è la verità. Sarebbe però troppo facile concludere che sceneggiatura e regia si alleano, come in un qualsiasi B movie post-modern (Inception, giusto per non fare nomi) per farci mancare la presa. Ancora una volta le cose sono più complesse. Come la nostra percezione cosciente (Leibniz docet) è il prodotto del sovrapporsi e ricombinarsi di innumerevoli piccole percezioni inconsce, come il movimento lento del mare nasce dal fondersi insieme di infinite piccole onde increspate, così Farhadi sembra dirci che ciò che chiamiamo verità è un costrutto di piccole menzogne, frammenti di autenticità, reticenze, impressioni parziali, pregiudizi che si sedimentano e si compattano fino ad apparirci con un grado di ragionevole certezza. E questo accade fino al momento in cui questo instabile conglomerato non incappa in un serio lavoro di decostruzione, quello che ci suggerisce di svolgere la regia di Farhadi sulle sue stesse storie, senza che però questa operazione non comporti altro che la produzione di un nuovo, precario costrutto. Eppure, tenderei a ribadire questo concetto, non per questo dobbiamo ascrivere Farhadi all’allegra combriccola dei nipotini di Nietzsche, per cui non esistono verità, ma solo interpretazioni, tutte poste sullo stesso piano. In effetti, il regista iraniano ci mostra come ci sia sempre la possibilità di rettificare i nostri pregiudizi, di correggere la nostra percezione mano a mano che le informazioni in nostro possesso aumentano, di smontare una lettura fallace. Esiste un criterio di verità, perché possiamo falsificare alcune fra le interpretazioni del reale con cui ci confrontiamo, ma non abbiamo mai abbastanza dati univoci per corroborare e confermare definitivamente le nostre impressioni, che rimangono sempre esposte a ulteriori smentite. E la realtà in cui siamo immersi presenta la stessa indecisione di una bellissima e concitata scena che intravediamo attraverso il diaframma di un vetro opaco, quando Farhadi, assumendo la prospettiva di Rahim imprigionato e impotente dentro un negozio del bazar dopo una rissa con Braham, filma l’arrivo affannato della fidanzata del protagonista e la convulsa discussione con il suo creditore.
P.S. ultima postilla per gli sventurati che sono arrivati fino a qui, ancora una volta dopo One second, sulla benevolenza, ovvero, più probabilmente, sull’ l’ottusità della censura (in questo caso iraniana). Farhadi, dopo un’incursione non del tutto felice nelle produzioni occidentali (vedasi “Tutti lo sanno” con Bardem e Penelope Cruz) è ritornato a girare nel suo Iran, che gli risulta sicuramente più congeniale. D’altra parte il regista, come già negli altri suoi film, non sembra essere interessato a prendere una posizione politica chiara, non ci dice nulla sulle condizioni della società iraniana, ma è, a ben vedere, molto più interessante quello che non dice, rispetto a quello che ci potrebbe dire. Certo Farhadi ci mostra la diffidenza preconcetta dei più verso le versioni ufficiali dei media, che esaltano l’eroismo a buon mercato di Rahim, scatenando in automatico dubbi e illazioni; ci mostra il disincanto cinico di una società per cui sembra assodato che non possano compiersi azioni disinteressate, ma ancora più inquietante è un’altra considerazione. Nessuno formula un’ingenua domanda che sembrerebbe ovvia. Perché Rahim, invece di escogitare complesse macchinazioni, non ha semplicemente consegnato la borsa con il denaro alle autorità preposte perché si occupassero loro della restituzione? Il fatto che neppure all’occhiuto funzionario municipale, che passa al setaccio fine la versione di Rahim, neppure al rancoroso creditore, che si ingegna in mille modi per metterlo in cattiva luce, sia venuto in mente questo semplice quesito la dice lunga sul grado di corruzione delle istituzioni pubbliche iraniane e sulla sfiducia che i cittadini provano nei loro confronti.
