Una coincidenza singolare sta alla base del lavoro di Frammartino: mentre nel 1960 veniva completato a Milano l’avveniristico grattacielo Pirelli, pochi mesi dopo a Bifurto, in Calabria, una spedizione speleologica esplorava una vertiginosa caverna che si incuneava per oltre 600 metri nel cuore della Terra.
Certo, c’è la suggestione del contrasto fra la verticalità dell’altezza del grattacielo del miracolo, emblema del boom economico e delle magnifiche sorti progressive dell’umanità e la voragine dove si inabissa la spedizione degli speleologi, immergendosi nella cavità misteriosa di un passato ancestrale. Ma forse un’altra chiave di lettura potrebbe essere più efficace: la contrapposizione fra il tempo che si mette in movimento, scuotendo con le immagini dei telegiornali trasmesse nel bar del paese l’immobilità di una tradizione persistente, e l’eternità dell’abisso. Eternità, come spiegava S. Agostino, che non si deve intendere superficialmente come un tempo infinito, ma come assenza di tempo, al di là del tempo. Per questo non ha molto senso parlare di ritmi lenti per la pellicola di Frammartimo, visto che la scommessa che gioca il film sembra essere proprio quella di trasmettere, attraverso un media che vive del movimento nel tempo, la privazione di quest’ultimo. Solo che questo titanico tentativo sconta una contraddizione irrisolta: anche l’inconscio (il modello neppure troppo nascosto di Frammartimo) è assieme il senza tempo e la compresenza di tutti i tempi, ma si può cercare di portarlo al logos solo restituendolo al flusso temporale. Operare, come fa Frammartino, per costante sottrazione dei tempi, alternando gli echi dei silenzi dell’abisso, con le immote immagini delle mandrie al pascolo fino a giungere prossimi ad un irraggiungibile grado zero è un’impresa coraggiosa, ma necessariamente destinata allo scacco.
