Epicuro aveva apportato un importante modifica alla fisica atomistica democritea da cui aveva sostanzialmente mutuato i princìpi generali del suo sistema. Preoccupato di allontanare dai suoi contemporanei la paura del fato implacabile e spietato, Epicuro aveva complicato le ferree leggi di aggregazione e disaggregazione degli atomi, enunciate da Democrito, con l’elemento aleatorio del clinamen. Gli atomi nel loro persistente e infinito precipitare nel vuoto sarebbero soggetti ad una, magari anche impercettibile, deviazione casuale, che spostandoli dalla loro traiettoria prefissata, causa nuovi e imprevisti cozzi con altri atomi che a loro volta, secondo le leggi necessarie di combinazione delle particelle elementari della materia, producono mondi rigorosamente deterministici, fino al successivo intervento del caso. Ma siamo proprio sicuri che questa interpretazione del cosmo e della vita possa sollevare gli uomini dall’angoscia dell’esistenza?
Parigi, una luminosa giornata d’autunno, un ragazzo e una ragazza si incrociano lungo un elegante boulevard, si riconoscono, sono due vecchi compagni di un liceo newyorkese, incredibilmente rincontrati dall’altra parte dell’oceano, molti anni dopo essersi del tutto persi di vista. Scherzi imprevisti della sorte. Un lungo piano sequenza riprende l’incontro con la fresca immediatezza di una fotografia di Robert Doisneau. La macchina da presa prima segue la ragazza di spalle, poi, quando i due si fermano a parlare, gira a loro intorno, come ad isolare quel momento, a renderlo speciale, unico. Ecco la deviazione aleatoria nel tragitto separato dei due atomi indifferenti. Ma la rotazione forse allude anche ad altro, al riavvolgersi del tempo, un movimento a ritroso nel passato. Lui candido, nell’emozione del momento, confessa che a liceo era pazzamente innamorato di lei, lei è lusingata, lo ricorda come un personaggio interessante, la miglior firma del giornale della scuola. Cosa sarebbe successo se in quegli anni lui si fosse dichiarato? Una casualità a ritroso, un urto evitato ha precluso il determinarsi di mondi di relazioni diversi, sviluppi possibili rimasti incapsulati in una virtualità sospesa. C’è moltissimo cinema di Woody Allen in questa sequenza: la preponderanza del caso fortuito (Another Woman, Macht Point, Scoop, You will meet a tall Dark Stranger), ma anche il rimpianto per il non deciso, il non agito, per l’occasione irrimediabilmente perduta e non è casuale il fatto che i colori caldi e pastosi dell’autunno parigino ricordino quelli ugualmente accarezzati dalla nostalgia dell’estate nel New Jersey di A midsummer Night’s sex comedy , un’altra elegìa alleniana sulle opportunità irrimediabilmente smarrite nel passato.
Poi la vicenda si incanàla su binari che potremmo dire, date le premesse, predeterminati. Fanny, così si chiama la ragazza, moglie viziata, coccolata e anche piuttosto annoiata di Jean, un ricco imprenditore piuttosto losco che la espone in società come sgargiante simbolo del suo successo, è turbata dall’incontro con Alain, scrittore di talento, che con la sua sincerità disarmante, la semplicità non artefatta, e la vita da bohémien appare l’opposto del marito affettuoso, ma ingessato e bonariamente despota. Ça va sans dire che i due si innamorano e diventano amanti, con il seguito di sensi di colpa e abbandoni alla passione, sogni ad occhi aperti e urgenza delle scelte, mentre Jean comincia, un po’ alla volta, a nutrire dei sospetti, che, quando diventeranno certezze, lo porteranno a decisioni estreme, in linea con il suo nascosto e feroce modus operandi. Poi nel finale il nuovo lancio di dadi di Tyche scompagina imprevedibilmente i giochi.
Questa pellicola di Allen si iscrive in una sorta di continuità ideale con due fra i più indimenticabili film del regista newyorkese, Crimes and Misdemeanors del 1989 e Match Point del 2005. In tutti e tre risultano centrali i temi del delitto e del lacerante senso di colpa, ma assieme anche, della banalità del male e della sua impunità in un universo freddo e amorale, sviluppati ad un livello di complessità decrescente. Crimes and Misdemeanors risulta il prototipo insuperato, che scava con profondità tragica i recessi dell’animo umano nel suo confronto con il male: l’attrazione del crimine quando, anche per individui a prima vista moralmente specchiati, si manifesta il rischio di veder vacillare il proprio piccolo mondo di privilegi e certezze, l’ossessione del rimorso, ma anche la sua labilità di fronte ai rassicuranti processi dell’abitudine che tutto smussa e cancella, il silenzio di Dio, l’evanescenza del bene, la sconfitta dei giusti, il trionfo dei vacui e dei malvagi, senza che però si riveli nessuna diabolica grandezza del male, perché il crimine, al pari della frivola superficialità che il mondo osanna, è opera di persone meschine e mediocri. In Crimes and Misdemeanors i protagonisti sono posti di fronte a delle scelte etiche dirimenti e, con cognizione di causa, o si risolvono per il male come Judah che assassina l’amante o, al contrario, come Cliff, il personaggio interpretato da Woody Allen, decidono di non abdicare ai propri princìpi di rettitudine professionale e morale per scendere a compromessi con la volgarità del mondo. Sia in un caso che nell’altro le scelte comportano un rovello interiore ed una consapevole deliberazione, implicano una responsabilità cosciente che è alla base del peso dei rimorsi e della amarezza dei rimpianti. In Match Point si comincia ad assistere ad un progressivo processo di scarnificazione della complessità dei personaggi che non sembrano più capaci di discernere fra bene e male. Se Judah – il medico assassino di Crimes and Misdemeanors – sapeva razionalmente e tragicamente di compiere il male, Chris, che uccide la sua bellissima amante per non vedere compromessa la sua posizione sociale, sembra incapace di una libera scelta, è dominato dalle passioni, prima il desiderio bruciante che lo travolge nella relazione erotica con Nola (e si capisce anche, ma l’avete vista Scarlett Johansson quando gioca a ping pong in quel film?), poi la paura dello scandalo che lo spinge al delitto ed è sempre il terrore di essere scoperto, più che il pentimento per il crimine perpetrato, che lo persèguita, rischiando di tradirlo. Nell’ultimo Coup de Chance assistiamo ad un ulteriore prosciugamento, non solo il rimorso è relegato, non tanto al delitto, che lascia freddo e imperturbabile il suo autore, quanto ad una questione di corna, ma soprattutto si perde completamente la complessità psicologica dei personaggi che sembrano ridotti quasi a dei cliché, a marionette sballottate fra destino e caso fortuito. Le azioni dei protagonisti appaiono meccaniche come causate da un karma – l’amore inestinguibile di Alain per Fanny – oppure da necessitanti determinismi sociali o caratteriali. Fanny si lascia conquistare, dopo pochi pranzi nel parco, dalla passione per il bell’Alain, ma altrettanto velocemente lo dimentica, quando ritiene di essere stata abbandonata, per tornare, mogliettina tenera e ubbidiente, nella sua gabbia dorata ed uggiosa. Jean (illuso faber fortunae suae) si comporta con la stessa efferata determinazione, pur continuando a giocare con i trenini, sia che debba risolvere questioni di affari che di cuore ed infine Camille, la madre di Fanny, passa senza soluzione di continuità dall’adorazione per il genero fascinoso e brillante, a ritenerlo, sulla base di sparuti indizi, un pericoloso criminale. Tutto intorno poi fa da sfondo il mondo vuoto e superficiale della buona società che si pavoneggia: un palcoscenico di personaggi fatui e ridicoli che passano il tempo transitando da un party ad un negozio di antiquariato, da un weekend a Venezia ad una battuta di caccia. Un universo di puri consumatori inoperosi e inconcludenti perché, a ben vedere, l’unico lavoratore della compagnia è Jean che vive di traffici sospetti e delitti (è vero ci sarebbe anche Fanny che lavora per una casa d’aste, ma visto che passa i suoi pomeriggi a letto con l’amante, senza che si avverta molto la sua assenza, il suo contributo all’attività non deve essere decisivo). Ma non si tratta, come si potrebbe pensare a prima vista, di una debolezza della sceneggiatura e neppure di una semplice intenzione parodistica, nonostante qui e là Allen – come è suo costume – dissemini la narrazione di siparietti ironici e dissacranti. Al contrario, lo sguardo di Allen si è fatto, se è possibile, ancora più cupo, disincantato, cinico. Viviamo in un mondo angoscioso che oscilla fra necessità bruta e caso cieco, siamo come palline di un flipper che schizzano rimbalzando in modo imprevedibile da un pop luminoso ad una sponda, da un anello elastico a una corsia, per poi inesorabilmente scivolare verso il basso, essere rilanciati dalle palette per compiere ancora una volta una carambola di urti e guizzi anche se il destino ineluttabile è quello di precipitare definitivamente. Schopenhauer lo diceva con una metafora più aulica che Allen, a giudicare dal suo cinema, sicuramente conosce e sottoscrive: “La vita stessa è un mare pieno di scogli e vortici, che l’uomo évita con la massima accortezza e cura, benché egli sappia che se anche riesce a cavarsela con ogni sforzo e perizia, egli proprio con ciò si avvicina ad ogni tratto al massimo, totale, inevitabile ed irreparabile naufragio”. Certo Allen fa dire al suo più nobile ed ingenuo personaggio che la vita è frutto di un azzardo prodigioso, il realizzarsi di una possibilità unica fra miliardi di opzioni contrarie. Un miracolo. Peccato che la voce fuori campo di questo personaggio risuoni da dentro una valigia scaraventata nel fondo dell’oceano.
