Le beau matin

Sandra (Lea Seydoux) è una traduttrice simultanea. Ci vuole una particolare abilità in questo tipo di lavoro. Bisogna in un qualche modo disfarsi da se stessi, modellarsi sulle parole dell’altro per riuscire a rendere con immediatezza e precisione la lettera e il senso del suo discorso. Sandra è fatta un po’ così anche nella vita. Georg (Pascal Greggory) padre di Sandra si sta lentamente spegnendo. Brillante professore di filosofia, una vita passata fra libri e insegnamento è da tempo corroso da una malattia degenerativa che lo sta rinchiudendo in un labirinto oscuro e senza via d’uscita. Sandra lo assiste premurosa, cerca di incoraggiarlo e farsi coraggio, anche se sa che la china è irreversibile. Sandra è una giovane madre, vedova ormai da cinque anni, tutta la sua vita racchiusa fra il lavoro, l’accudimento del padre, la cura per la figlia, per cui del tutto inaspettato giunge l’avvio di una relazione con Clemence (Melvil Poupaud) un suo vecchio amico. Un bacio rubato, quasi per scherzo, fra timidezza e imbarazzo e poi la sorpresa e la paura di riscoprire il proprio corpo nuovamente turbato dal desiderio. Ma quella con Clemence è una storia complicata (quale storia non è complicata, direte voi). L’uomo ha una moglie e un figlio e Sandra deve adattarsi ad incontri clandestini, amplessi cronometrati, attese e disillusioni mentre Clemence oscilla, lacerato e impotente, fra la nuova travolgente passione e il richiamo del dovere.

Trama semplicissima, la banalità della vita che lega assieme morte e rinascita: l’elaborazione di un lutto per una morte dilazionata nel lento degrado di Georg e l’incanto ritrovato dell’innamoramento. Ed è proprio dello scorrere della vita l’intreccio dei tempi: la nostalgia di un passato che non può più tornare, l’ebrezza e il disorientamento del presente, l’ansia e la speranza per il futuro. Ma la rinascita non è tanto dell’amore, quanto di Sandra stessa, una rinascita che necessariamente passa attraverso il travaglio del dolore e della perdita. Ci sono due scene parallele e decisive che segnano una svolta nella vita di Sandra: da un lato quando la donna dichiara ad un Clemence esitante e dubbioso che non accetterà più di essere solo la sua amante, dall’altro quando, mentre sta lasciando la casa di cura dove è ricoverato suo padre, Sandra lo sente aggirarsi smarrito per i corridoi, ma seppur stremata dalla tristezza non lo soccorre, entra in ascensore e se ne va. Lasciare andare l’altro, accettare la perdita senza per questo perdere la speranza, saper colmare la propria solitudine, questa è la semplice lezione che apprende Sandra nella sua storia. E che comunque rimane, sempre aperta, la possibilità di un bel mattino.

Film delicato ed elegante nella messa in scena quello diretto da Mia Hansen-Løve, che evita con grazia il rischio, sempre in agguato, visto il soggetto, di scivolare nel patetico o nel melodrammatico, questo anche per merito di una sceneggiatura precisa, che riesce a trasmettere il tumulto e l’immediatezza dei sentimenti attraverso una scrittura raffinata, senza che si abbia però mai la fastidiosa impressione di letterarietà nei dialoghi. Attenta e calibrata è anche la direzione degli attori: impressionante la capacità di Pascal Greggory d’interpretare il docile smarrimento di una coscienza che si spegne ed è bravo anche Melvil Poupaud a tratteggiare l’irrisolutezza tutta maschile del suo personaggio.

E poi c’è Lea Seydoux. Lea Seydoux che merita un discorso a parte. Sorvoliamo sul fatto che con i capelli corti e quest’aria d’adolescente che nasconde la timidezza dietro una serietà compunta è bella da far star male. Ma questo film non sarebbe stato possibile senza la malinconica naturalezza con cui Seydoux vive le emozioni di Sandra: la sua tristezza, l’amore, la stanchezza, la rabbia, lo sconforto, la speranza.              La vita e nient’altro.

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