Le famiglie di Nonomiya Ryota e quella di Saki Yudai non potrebbero essere più diverse. Ryota è un arrivista rampante, architetto di successo, metodicamente impegnato a rendere inappuntabile la sua vita e quella della sua famiglia. Una moglie docile, un figlio remissivo e dolcissimo, programmato suo malgrado per una carriera di successo, un lavoro prestigioso, una casa elegante, una auto di lusso. Una rigidità seriosa, che nasconde un’insoddisfazione neppure troppo latente. La famiglia di Yudai è invece allegra e spensierata e l’uomo, un piccolo commerciante senza ambizioni, goffo, arruffato, anche un po’ approfittatore all’occasione, sa però aggiustare i giocattoli rotti con maggior perizia di Geri di Toy Story e gioca con i suoi figli con lo stesso entusiasmo fracassone e la stessa ingenuità di un bambino. Poi si scopre che i due primogeniti, Nonomiya Keita , figlio unico e Saki Ryusei , primo di tre fratellini, sono stati scambiati alla nascita per un errore dell’ospedale e si pone per i genitori la drammatica scelta se restituire i figli alla famiglia biologica o mantenere la situazione inalterata.
Presentata in questi termini la vicenda appare tanto schematica quanto improbabile (lasciamo stare che sia ispirata a vicende realmente accadute) così come artificiosa sembra essere la scelta etica di fondo: rispettare i legami di sangue o quelli affettivi costruiti all’interno della famiglia che ha accolto i bambini.
Ma siamo in un film di Kore-eda e allora la prospettiva radicalmente cambia: gli stereotipi riduttivi si sciolgono, le opposizioni semplicistiche assumono spessore, complessità di sfumature, soprattutto tutto prende vita e umanità. Lo si capisce già dalla prima scena: l’esame d’ammissione di Keita ad una scuola elementare d’élite. Campo/controcampo essenziale della famiglia Nonomiya impettita di fronte ai docenti irrigiditi nella loro formalità cortese e il piccolo Keita che con innocente spontaneità mente spudoratamente, raccontando un’idilliaca scena irreale di una vacanza in campeggio con il papà (che le tende le ha probabilmente viste solo al cinema con gli indiani) a giocare con gli aquiloni, andando contemporaneamente incontro, con questa piccola bugia bianca che rappresenta la più tipica formazione di compromesso freudiana, alle aspettative dell’istituzione sulla famiglia ideale e al suo desiderio più riposto e inconfessato. E il film continua su questa falsariga, corrodendo con ironia delicata gli imperativi efficientisti della società giapponese, senza però mitizzare troppo il disordine improduttivo dei Saki perché di Yudai mostra anche le piccole meschinità, l’inettitudine, la debolezza. In fondo, la questione della paternità, della scelta fra la priorità del legame biologico o affettivo è un pretesto per mostrare l’incontro fra le fragilità contrapposte dei “grandi”, che negano lo stupore dell’infanzia perché vogliono fare dei bambini degli adulti in miniatura, o ne rimangono prigionieri, di fatto non crescendo mai. Certo Kore-eda, come mostra tutto il suo cinema, propende più per quest’ultima alternativa, ma in fondo rimane in sospeso il giudizio del regista se sia preferibile la naturalezza irriflessa con cui Yudai vive il suo rapporto con i figli o il lento e doloroso percorso di assunzione di consapevolezza e responsabilità attraverso cui Ryota scopre il suo amore per il piccolo Keita, che finalmente riesce ad accettare per quello che è, cessando di farne una proiezione dei suoi desideri di affermazione e successo. Kore-eda ci mostra tutto questo con un’eleganza priva di fronzoli, facendo leva sulla pulizia dell’immagine, la semplicità naturalistica delle riprese e con la sua straordinaria capacità di dirigere i suoi piccoli interpreti. La scena in cui Ryusei legge diligente le nuove regole impostegli dalla sua famiglia biologica – l’esatto opposto del caos creativo a cui era abituato – a cui contrappone l’impertinente, disarmante, eterno “perché?” dei bimbi mescola assieme con lucida discrezione imbarazzo, intensità emotiva, humour, mostrando come il mondo, visto dalla prospettiva dei bambini, possa far implodere tutte le nostre flebili certezze. Ma Kore-eda non assume solo il punto di vista dell’infanzia come reagente delle contraddizioni del mondo degli adulti, ma ci mostra anche come da quell’età incantata si debba sfortunatamente, necessariamente uscire. Nelle scene finali, Ryota insegue il figlio, implorando il suo perdono, riconoscendo di non essere stato un buon padre, di non averlo voluto amare e accettare fino in fondo, ma la cosa più commovente nell’abbraccio finale fra padre e figlio è ciò che rimane implicito: la nuova consapevolezza che, dolorosamente, emerge in Keita quando comprende che suo padre non è il miglior papà del mondo, non è perfetto, non è il modello inarrivabile a cui tendeva, quel personaggio superiore e condiscendente che cercava in ogni modo di compiacere. Suo padre è un uomo fragile, incoerente, insicuro. Questa consapevolezza è per Keita, la fine dell’infanzia, della sua ingenua innocenza. Proprio per questo Kore-eda sottolinea magistralmente questo momento con le note sublimi del tema delle Variazioni Goldberg che colorano di pacata malinconia le scene finali. Solo apparentemente il campo lungo su cui si chiude il film segna l’happy end della riconciliazione fra le due famiglie. L’infanzia è ormai, per Keita, ma anche per noi tutti, un mondo perduto.
