“Cime Tempestose”

Già il manifesto del film, che strizzava l’occhio in maniera spudorata all’inconscio cinematografico anche dello spettatore più sprovveduto alludendo a Scarlett e Rehtt, una delle coppie di innamorati in conflitto, o nemici in amore, più famose della storia del cinema, doveva far nascere qualche sospetto.
Poi Fennell si presenta con una prima sequenza di grande impatto visivo e deliberato piglio urticante (vedasi quanto già detto a proposito di épater le bourgeois in merito al suo precedente Saltburn). Trenta o forse più inquadrature diverse in un minuto, energia pura e provocazione: dal cigolio e gli ansimi che già si avvertono sul logo della Warner Bros e che continuano insistenti sullo schermo nero alludendo a quello che tutti immaginano per arrivare all’erezione di un impiccato che ondeggia davanti alla folla festante. Eros e Thanatos direte voi? No, un puro divertissement gratuito che non c’entra nulla e che ben sintetizza il mood di questo nuovo lavoro della talentuosa regista dove l’opulenza dell’immagine riveste come una preziosa confezione regalo una storia invero miserella, una sorta di bignami rudimentale della complessa struttura a scatole cinesi del romanzo originario e della sua indagine inquietante sulla compresenza di malvagità e candore che abitano l’animo umano. Esiste un gap imbarazzante fra la profusione di colori stordenti con la predominanza del rosso sangue, di forme barocche – dagli abiti che sembrano allucinazioni surrealiste, agli ambienti visionari– di movimenti di macchina insinuanti e di rigidi campi fissi immacolati, di nebbie stagnanti sulla brughiera e giardini all’italiana ricoperti di neve e la banalità di questo fumettone dove, secondo il principio aureo de “l’amore non è bello se non è litigarello”, i due divi del momento, Margot Robbie e Jacob Elordie si amano e si disprezzano per amarsi ancora e disprezzarsi ancora di più per potersi amare. E già la scelta del casting, sicuramente molto charmant, qualche problema di coerenza lo pone nel momento in cui dai giochi dell’infanzia si passa nel giro di poche scene ai turbamenti dell’adolescenza, quando una bella trentacinquenne fatta e finita come Margot Robie non risulta particolarmente plausibile nella sua scoperta imbarazzata e conturbante della sessualità e dell’amore. Ma in fondo non ci sarebbe nulla di male, non è un obbligo per una riduzione cinematografica rimanere fedele in tutto e per tutto all’originale – e infatti Fennel mette le mani avanti con le virgolette che racchiudono il titolo del film. Si potrebbe così anche accettare, nell’ottica del feuilleton erotico-sentimentale, la semplificazione della complessità dei personaggi, il cui spessore psicologico è stato ridotto alla caratura di un foglio di carta assorbente. Più fastidiosa è invece l’ipocrisia pudibonda con cui la regista evoca trasgressione e perversione, ma contemporaneamente avanza sottotraccia tutta una serie di giustificazioni moralistiche all’agire dei suoi protagonisti. Non è la passione a trattenere dentro di sé un’istanza distruttiva e autodistruttiva – questo farebbe apparire in una luce troppo inquietante i protagonisti e inquinerebbe un sano processo di identificazione funzionale all’uscita mondiale del film il giorno di San Valentino- ma sono le circostanze, l’invidia, la malevolenza, il destino cinico e baro che sono intervenuti dall’esterno per corrompere un sentimento che di per sé manterrebbe l’ingenua purezza dell’infanzia sublimata nell’abisso dell’amore assoluto adulto. Ecco che solo l’inganno e il malinteso hanno potuto separare gli amanti e, in un’altra situazione, la degradazione di Isabelle non è il semplice frutto della radicale crudeltà di Heathcliff, ma l’esito di una seduzione “consenziente” (molto politically correct anche se in quella scena, a dire il vero, si intravede per fortuna un po’ di ironia) che non fa che assecondare il piacere masochistico della donna. Quello che si smarrisce in questo controllo preventivo delle passioni tristi attraverso la loro esibizione opportunamente motivata, è la sensualità torbida e folle del rapporto fra Heathcliff e Cristhine. Per carità Margot Robie e Jacob Elordie fanno il loro dovere baciandosi appassionatamente in lungo e in largo per tutto il film, ma la regia, attentissima a non lasciarsi sfuggire neppure l’ombra momentanea di una nudità audace, tanto è lussureggiante nelle scene di contorno, tanto è piatta e scolastica nella ripresa degli amplessi da far rimpiangere anche l’erotismo patinato di un Adrian Lyne.  Cerca di supplire a questo impaccio, secondo un simbolismo studiato da Klaus Theweleit, il dispendio di immagini di liquidi ed umori: dalla bava delle lumache, alle uova schiacciate, dal pozze di sangue cupo, alle perle di sudore brillanti, per non parlare delle chiazze di urina e vomito, fino alle dita inserite nella bocca di pesci immersi nella gelatina che richiamano quelle succhiate dopo la masturbazione. Questo florilegio insistito dovrebbe forse alludere alla vischiosità di una sensualità lasciva nella sua purezza, in cui si affonda come nelle sabbie mobili, ma sconta, come un po’ tutto nel film, il manierismo di una ricercatezza glamour, compiaciuta del proprio scontato eccesso. E come si era già notato nel caso di Saltburn, quando la sovrabbondanza della forma estetizzante si sforza di compensare la mediocrità del contenuto – contando anche sull’effetto frastornante di una colonna sonora onnipresente nella sua invadenza molesta – non solo il kitsch, e sarebbe il meno, ma il ridicolo involontario sono sempre in agguato.

Lascia un commento