Quanto pensate duri la sequenza da far scoppiare le coronarie di Notorius, con Cary Grant e Ingrid Bergman che si intrufolano nella cantina del perfido Alessio Sebastian per carpirne i segreti, mentre lo stesso Sebastian sta per scoprirli e che termina con uno dei baci più imprevedibili e necessari della storia del cinema? Se si vuole giudicare dal batticuore si potrebbe dire un’eternità, in effetti due minuti e 56 secondi. E non sarebbe potuta durare un secondo in più o in meno. Prendiamo nota.
Patrick Zweig (Josh O’Connor) e Art Donaldson (Mike Faist) sono due simpatici cazzoni, che stanno scalando le classifiche del tennis dilettantesco in attesa del grande salto verso il mondo del professionismo. Amici fin da ragazzini, hanno raggiunto una certa notorietà giocando in doppio, ma niente in confronto alla star nascente del tennis giovanile, Tashi Duncan, una meravigliosa Zendaya, pantera flessuosa per come si muove con indolente sensualità fuori dal campo da tennis e per come sbrana le avversarie in campo. E Tashi non può che fare un boccone dei due ragazzini che hanno tentato ad una festa un maldestro abbordaggio, imponendosi loro con la allure finto ingenua di una consumata dominatrice, ma soprattutto facendo emergere, quasi un magico e beffardo reagente degli affetti, assieme alla loro riposta rivalità, un ancora più profondo desiderio omoerotico. Poi il film va avanti frenetico con scambi veloci dei tempi del racconto fra flashback e flashforward, come una pallina da tennis che schizza da un lato all’altro del campo. Tashi, bandita dai campi da tennis da un brutto incidente di gioco, sfoga la sua frustrazione plasmando come plastilina Art, il più fragile e remissivo fra i due, che paga con l’asservimento il successo sui campi da tennis, ma mantiene a distanza anche un’influenza strisciante e persistente su Patrick, sprofondato invece nel fondo delle classifiche ATP. E per buoni tre quarti del film il ritmo tiene, mentre si esplorano le possibili combinazioni del desiderio, dell’erotismo e della manipolazione, della volontà di controllo e dell’urgenza di sottomissione nel triangolo fra i tre ragazzi. Fino a quello che avrebbe dovuto essere l’acme drammatico della vicenda, lo scontro finale fra i due tennisti che più che una tenzone medievale che vede in palio la bella, si presenta con il pathos tragico di uno scontro fra gladiatori che mettono a repentaglio la loro vita davanti ad una imperatrice fredda e impassibile. Solo che qui Guadagnino vuole strafare e spinge la tensione al parossismo, sfociando però dalle parti di uno spot di Dolce e Gabbana. Certo, noi possiamo seguire con il cuore in gola per tre ore e mezzo Sinner giocare e vincere con Djokovic, annullandogli inverosimilmente tre palle match (lo avessimo visto al cinema avremmo detto che la sceneggiatura non era credibile), ma per quanto Guadagnino si sforzi di inventarsi sempre nuove inquadrature, anche trasformando il campo in una grande vetrata per riprendere da sottoterra i tennisti, e posizioni la macchina da presa esattamente dove punta velocissima la pallina facendoci sbalzare dalla poltrona, al cinema è un’altra cosa e già una trentina di minuti sono una eternità. Ma non come quella di Notorius. Proprio un’eternità. Anche perché Guadagnino, sempre alla ricerca di gonfiare la suspence, complica inutilmente gli scambi temporali, ma soprattutto accentua le caratteristiche dei personaggi, facendo dileguare ogni residua e necessaria sfumatura di equivocità e indeterminatezza, rischiando così di ridurli a caricature. Art appare sempre di più un imbelle, con la personalità di un burattino, che si rifugia a dormire a letto con la figlioletta, immaginiamo contendendole l’orsacchiotto, a Tashi manca solo che appaia in scena dotata di frustino, mentre Patrick carica in modo grottesco il mood da simpatica canaglia, che mescola assieme cialtronaggine e orgoglio, cinismo e piacioneria sexy. Senza contare che cominciano a superare i livelli di guardia anche le scene glamour, con i tennisti che si riposano al cambio di campo mettendo in bella mostra pettorali e bicipiti (ma quando mai in un torneo?) e poi scambi di battute sferzanti in languide saune e baci travolgenti fra i venti di tempesta. Anche l’espediente della colonna sonora tecno, che fino a quel momento aveva fatto irruzione con fragore durante gli scambi vigorosi fra i tennisti e le schermaglie amorose, quasi a sottolineare la competizione a somma zero dei due scontri paralleli, reiterato a piè sospinto, diventa stucchevole. E l’insistenza con cui sono filmate al rallenti le gocce di sudore che zampillano dalla fronte dei tennisti fa transitare definitivamente il film nel continente del kitsch. Dispiace, perché, fino a quella fatale mezz’ora finale, gli attori avevano saputo calibrare le loro interpretazioni, dando spessore umano a personaggi, già di loro un po’ stereotipati, così come la velocità e il brio della regia avevano supplito con il vigore ad un plot piuttosto telefonato. Il film si conclude con un grido finale liberatorio: “Let’s Go!”. Un’incitazione al massacro o una complicità finalmente ritrovata? E in extremis il film riacquista, prima del nero finale, uno spessore di ambiguità. Basta per cancellare la mezz’ora precedente?
