Un ciclista solitario pedala concentrato in un velodromo vuoto, macinando ossessivamente giri su giri, per ritornare, immancabilmente, sempre al punto di partenza. Sono forse così superflue le indicazioni che scorrono con i titoli di testa dove si legge che, degli 800 omicidi perpetrati ogni anno in Francia, il 20% rimane insoluto e che il film parlerà proprio di uno di questi. Bastava questa sequenza iniziale. Clara è una bella ragazza vivace, spigliata. Ha appena trascorso una serata con le amiche. Torna a casa felice, non senza lasciare un ultimo video messaggio all’amica del cuore. Incontra uno sconosciuto. Poi una sequenza nello stesso tempo di una crudezza efferata e di algida astrazione: un angelo in fiamme corre nella notte.
Polar sobrio, fino quasi al minimalismo, ma tagliente come una lama, La notte del 12 sembra inizialmente ricalcare alcuni modelli cari al cinema francese come Legge 627 di Tavernier o Police di Pialat. Con uno sguardo freddo, oggettivo, volutamente anti-empatico la macchina da presa segue il dipanarsi dell’inchiesta: il ritrovamento della vittima, lo strazio dei genitori, le prime indagini, i primi interrogatori, le prime ipotesi mentre dal contesto corale del avvio cominciano ad emergere le prime relazioni preferenziali come quelle fra il silenzioso e introverso capitano Yohan (Bastien Bouillon) e Marceau (Bouli Lanners) un vecchio poliziotto che, turbato dalla fine dell’amore della sua vita, perde lucidità e cinismo e deve fare i conti con una nuova fragilità. La secchezza scabra dei dialoghi di una sceneggiatura che dissimula sotto la patina di realismo una scrittura raffinatissima e la precisione ascetica delle inquadrature, ispirate da un disciplinato rigore formale, sono però indizi di una complessità che travalica i confini del genere e fa segno verso altro. L’indagine s’impantana non tanto per il proliferare depistante delle tracce che indicano, come in Zodiac di Fincher (film che condivide con quello di Moll l’inconclusività), l’inestricabile groviglio di verità conflittuali in cui siamo immersi, che sfugge ad ogni tentativo di controllo razionale. Nessuna deriva caotica e neppure il lampeggiare di una genialità criminale, diabolica e invincibile come in Memories of Murder di Bong John-ho. Quello che emerge invece dalle indagini che, immancabilmente, si ritrovano, dopo aver inutilmente battuto piste diverse, al punto di partenza, è la banalità sconfortante del male. Tutti i sospetti: il ragazzino anaffettivo, il balordo mitomane e millantatore, il rapper che incita alla violenza sulle donne e il violento che la perpetra spavaldo e impunito sono accomunati, oltre che dal fatto di aver avuto rapporti intimi con la ragazza, dalla labilità delle prove a loro carico, ma nello stesso tempo, anche, dalla probabilità che ciascuno di loro abbia commesso il crimine, di fronte al quale tutti appaiono freddi ed indifferenti. Del resto, come nota amaro Marceau, “Sono sempre le donne che facciamo bruciare, e sono sempre gli uomini che appiccano il fuoco”. Moll scava così all’interno di una tossicità maschile che agisce in modo profondo e spesso inconsapevole. Certo, tutti gli indiziati avrebbero potuto compiere il crimine, ma d’altra parte anche il capitano Yohan, pur dimostrando una personale e sofferta partecipazione alla tragedia della ragazza, non si libera da schemi di indagine, e di pensiero, precostituiti, ripetendo sempre le stesse mosse inconcludenti, frugando solo e soltanto fra le relazioni intime di Clara, una giovane disinibita, con un debole per i ragazzacci, quindi, sembra quasi indicare la direzione dell’inchiesta, al di là delle intenzioni manifeste del poliziotto, una “predestinata”. “Non trovi strano – dirà una giovane agente che affiancherà il capitano Yohan nell’ultima fase dell’indagine – che siano soprattutto gli uomini a commettere i crimini contro le donne e soprattutto gli uomini chiamati a risolverli?”. Scoprendo subito le carte e rinunciando fin dall’inizio allo stratagemma della suspence, Moll affronta una sfida difficile. Da una parte acquisisce un vantaggio innegabile: producendo un effetto di straniamento, porta lo spettatore a non perdersi nel gioco delle interpretazioni e dell’investigazione che lo avrebbe spinto, come è d’uso nei gialli, a cercare di trovare il bandolo degli indizi sparsi, ma lo induce a puntare l’attenzione su altro: sul carattere dei personaggi, sulle dinamiche delle relazioni, sull’impossibilità, quasi metafisica, di cogliere la verità. D’altra parte però si espone ad un rischio evidente. La rivelazione iniziale offre allo spettatore un punto di vista superiore che inquadra dall’alto i protagonisti e il loro arrabattarsi inane, che già si sa inefficace, rendendo così difficile, se non impossibile, un meccanismo di immedesimazione. Ma era probabilmente proprio questo l’effetto ricercato da Moll che predilige questo sguardo esterno, questo approccio quasi asettico, ma, nello stesso tempo, ed è qui il grande merito della sua regia, di intensa potenza espressiva. Come in una sequenza fondamentale, non certo la risoluzione impossibile dell’inchiesta, ma la messa in scena, caso mai, di una disarmante impotenza. Si tratta dell’ennesimo colloquio fra Yohan e Nadia l’amica del cuore di Clara da cui l’investigatore cerca di ottenere informazioni sulla vita intima della ragazza. Come gli altri interrogatori anche questo, che si svolge nella tavola calda dove lavora Nadia, è costruito attraverso la dinamica di uno stringente campo/controcampo, con il poliziotto sempre più pressante nei confronti della giovane, che, ad un certo punto, si mette a piangere, rivendicando però con un moto di orgoglio il rispetto per l’amica, ridotta dalle indagini al ruolo di una ragazza facile, per cui due volte vittima. Sfogo che trova come unica risposta l’imbarazzato e impotente silenzio di Yohan. Poi, in uno dei pochissimi scavalcamenti di campo attuato dalla regia, la ritmica del campo/controcampo si spezza in un totale che riprende tutta la scena. Avvolti in un controluce livido, in una inquadratura di una spaesante astrazione formale, scandita dalle linee orizzontali delle vetrate della sala che si intersecano con quelle verticali delle tende, Nadia e Yohan si fronteggiano in silenzio, contrapposti e fissi nelle loro posizioni, separati dal tavolo del locale, ma anche da una distanza abissale, inattraversabile. inattraversabile.
