Triangle of sadness

All’ Östlund di The triangle of sadness piace vincere facile. Senza le sue folgoranti illuminazioni chi avrebbe mai potuto immaginare che il mondo della moda e degli influencer è vacuo e superficiale, gli oligarchi russi sono volgari e pacchiani e i mercanti d’armi non necessariamente si presentano con una benda su un occhio e il volto scavato dalle cicatrici? 

Le cartucce migliori a disposizione di Östlund sono sparate nella prima sezione del film, tutta giocata sulla negazione freudiana: “No. Non sono i soldi il problema”. Mentre il problema è esattamente quello. Le carte sono scoperte: ogni rapporto interpersonale è una pura e semplice relazione commerciale in cui amore, stima, affetto non sono che superflui effetti collaterali. Come un teorema, invero piuttosto arido, le due sezioni successive del film prima sviluppano e poi dimostrano l’assunto di partenza. Nella seconda parte ritroviamo Yaya e Carl, modelli influencer, protagonisti della lite sul conto della cena nella prima sezione, in una crociera di iper-lusso assieme ad una fauna assortita di miliardari viziati e grotteschi, anche se, nonostante l’esibizione sfacciata della loro ricchezza, viene un po’ da dubitare sull’effettiva portata del loro conto in banca, visto che sembra che non possano permettersi lo straccio di un panfilo personale da 80 metri e debbano ricorrere alla formula del viaggio organizzato, all inclusive. Sullo strisciante senso di morte che sottende la lucentezza sfavillante delle crociere di lusso aveva già detto tutto David Foster Wallace, Östlund non aggiunge granché, se non alcuni siparietti sulla spudoratezza greve della ostentazione del potere, calibrata secondo rigorosi livelli gerarchici.  Poi a scompaginare le carte, invece della valanga devastante di Forza Maggiore, giunge una violenta tempesta che dà la stura al grand guignol di getti a pressione di vomito e ondate traboccanti di liquami che invadono come un contrappasso dantesco la nave immacolata. Insistenza su particolari scatologici che dopo, non dico il metafisico raccapriccio di Mister Creosote del Senso della vita  dei Monty Phyton, ma anche solamente il sarcasmo pugnace di Little Britain, appare piuttosto stucchevole. La terza parte infine, con l’approdo dei naufraghi superstiti in un isola (apparentemente) deserta, costituisce l’inveramento dei presupposti socialdarwiniani della favola. Come in un esperimento di laboratorio, mutato il contesto ambientale, le specie prima vincenti perdono i loro vantaggi competitivi – esemplificati qui nei pleonastici  Rolex e Patex Phillippe – mentre altri esemplari sono favoriti dalle nuove condizioni e diventano dominanti, imponendo la loro legge. La piramide sociale si rovescia. Gli ultimi diventano i primi, ma visto che siamo tutti uguali – è un refrain costante del film – non mutano i rapporti di potere fra signori e servi. Chi per un semplice azzardo del destino – la caduta di un impero o un naufragio su un isola deserta – ha un vantaggio sugli altri (è il caso dell’oscuro burocrate sovietico trasformato in oligarca o della signora delle pulizie ora capo tribù nell’isola) lo sfrutta cinicamente per vessare il prossimo e ridurlo a strumento inerte del suo piacere. Ora, non è che si voglia qui criticare l’assunto ideologico, non proprio originalissimo, di  Östlund (da rileggere le opinioni di Callicle nel Gorgia di Platone) quanto il fatto che tutto l’apparato narrativo che si dispiega per esplicitarlo risulta schematico in modo imbarazzante, quasi quanto la contrapposizione fra il magnate russo capitalista e il capitano della nave americano marxista che discettano sui massimi sistemi a colpi di citazioni googolate da internet, mentre la nave sta affondando. Persa per strada la capacità sottile di instillare inquietudine e malessere del suo insuperato Forza Maggiore, smarrita anche la spettacolarità imbarazzante di The square, in The triangle of sadness, Östlund usa l’artiglieria pesante per andare a caccia di mosche, anche se la sequenza che filma una mosca irritante, che infastidisce la coppia patinata dei due protagonisti sul ponte dello Yacht miliardario, è una delle cose migliori del film. Ecco, sono proprio le caratteristiche più  peculiari dei precedenti lavori di Östlund che latitano in questo film: la cura per i dettagli in cui si nasconde il senso, l’attenzione per le sfumature di sentimenti che come l’imbarazzo, l’insofferenza, la vergogna avviluppano nel disagio l’io. Al loro posto prende corpo una satira grossolana, che vorrebbe strizzare l’occhio all’ironia surreale di Buñuel, ma veleggia purtroppo dalle parti dei cinepanettoni. Per fortuna non approda però a quelle contrade perché agisce comunque la controforza di un gusto raffinato per l’immagine, anche se, non si sa quanto consapevolmente, contaminato, pure nelle sequenze più sordide delle vomizioni collettive, da quell’estetica glamour di cui il film vorrebbe farsi beffe. Certo, si potrebbe anche sostenere che ci sia una sofisticata traccia di autoironia in questa operazione, magari non troppa, quanto basta però per abbindolare… pardon, convincere la giuria di Cannes ad assegnare la Palma al film.

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