Non è facile dire cosa non funzioni nella nuova versione di Sense and Sensibility diretta con garbo da Georgia Oakley, nel complesso ben interpretato da un valido cast di attori, ma che lascia al termine della visione un indefinito quanto palpabile senso di delusione. Evitiamo fin da subito ingenerosi confronti con la celebrata versione girata più di trent’anni fa da Ang Lee e scritto con penna felice da Emma Thompson, una straordinaria Elinor nel film, e partiamo dai punti di forza della versione di Oakley per arrivare, quasi per esclusione, a cogliere ciò che lascia insoddisfatti. Innanzitutto, non si può non apprezzare la splendida fotografia di Arnauld Potier anche se splendido, in questo caso, è forse l’aggettivo meno adatto. C’è poco splendore, cioè lucentezza e calore nelle immagini di Potier se si eccettua – a ragione – l’inizio e la fine del film che riprendono prima Norland Park, l’armonia di un paradiso che si sta per perdere ed infine, nella luce languida e calda di un tramonto su cui indugia l’ultima inquadratura vuota, la serenità ritrovata dalla famiglia Dashwood. Nel mezzo gli immensi scenari vuoti del Devonshire sono fotografati come attraverso un filtro diafano, che smorza i colori e vela l’atmosfera, mentre negli interni prevale una penombra soffusa quasi ad indicare l’intermezzo penitenziale in cui scivolano le Dashwood dopo la morte del capo famiglia, il tracollo finanziario e il loro esilio forzato a Barton Cottage. È una scelta a suo modo coraggiosa perché rinuncia preventivamente al fascino del pittoresco della campagna inglese che ha fatto la fortuna di tanti film e sceneggiati, alcuni di qualità decisamente inferiore a questo lavoro di Oakley, per rimanere fedele ad una propria lettura in chiave un po’ dimessa e malinconica dell’opera dell’Austen. Se passiamo alle interpretazioni colpisce per efficacia e passione trattenuta Daisy Egdar-Jones una Elinor razionale ed equilibrata come richiede il suo personaggio, ma tutt’altro che insensibile, anzi intimamente turbata dal tumulto di sentimenti che le urge dentro e che controlla a fatica, con sforzo dissimulato e sofferta compostezza. Un po’ meno convincente Esmé Creed-Miles che punta soprattutto sulla sfrontatezza di Marianne, sulla sua provocatoria sincerità, ma riesce molto meno a rendere quell’impasto di spregiudicatezza e ingenuità, passione e innocenza che fanno il fascino del personaggio della Austen. I ruoli secondari sono, con qualche eccezione, ben caratterizzati. George MacKay nei panni di Edward Ferrars è goffo ed esitante comme il faut, Fiona Shaw è una signora Jennings inopportuna e petulante, ma dal cuore d’oro e l’impertinenza buffa della piccola Margaret è ben resa dal volto simpatico e lentigginoso di Bodhi Rae Breathnach. Anche Caitriona Balfe, che ritorna dopo Belfast nel ruolo di madre affettuosa e accetta di buon grado di nascondere dietro cuffiette e goffi bedgown la sua bellezza ancora folgorante, risponde bene alla scelta di regia di smorzare il carattere ardente e impulsivo della originaria signora Dashwood, restituendoci un personaggio più trattenuto e sfumato, anche se, per esigenze di sceneggiatura, meno complesso nella sua evoluzione. Qualche perplessità desta invece Herbert Nordum che sembra scambiare la serietà dignitosa del colonnello Brandon, la sua riservatezza malinconica per una rigidità ingessata, piuttosto artificiosa, così come Frank Dillane è un Willoughby belloccio, ma piuttosto sciapo (chissà, forse una scelta di regia?). Proprio attorno al colonnello Brandon e a Willoughby ruota la maggior infrazione della sceneggiatura rispetto al testo della Austen, per lo più seguito, fatte salve alcune necessarie semplificazioni, in modo letterale. I due si affrontano in un duello su un prato innevato di vaghe rimembranze puskiniane e l’audacia e lo sprezzo del pericolo dimostrate da Brandon difronte alla viltà di Willoughby catturano Marianne che intuisce dietro i modi impassibili del colonnello l’ardere della passione. I puristi storceranno sicuramente il naso e in effetti il passaggio funziona come un espediente che semplifica e un po’ banalizza l’evoluzione della relazione successiva fra Marianne e Brandon, ma, da un punto di vista cinematografico, la vicenda imprime una piccola scossa ad una narrazione che, nonostante i picchi drammatici del confronto fra la saggezza dolente di Elinor e la passionalità fervida ma disillusa di Marianne e della malattia della ragazza, sembrava un po’ assopirsi. È probabile che stia proprio qui il problema di fondo della conduzione della Oakley: la fedeltà al testo della Austen rischia di slittare dal contenuto alla forma trasferendo una temporalità quasi letteraria nel mezzo cinematografico che mal si adatta ai tempi dilatati e pazienti della lettura. Il passo del film risulta così, più che lento, appiattito, la tensione drammatica si diluisce smarrendo una dinamica coinvolgente, il ritmo manca di nitidezza e incisività, risulta appannato un po’ come la luce dei cieli nel Devonshire. E in questo andamento uniforme, per rispettabile scelta di regia pacato e malinconico, mentre emerge chiaramente la denuncia delle diseguaglianze e delle ipocrisie della società inglese del tempo, si perde però lo spirito sagace e acuto della Austen, relegato alle facezie di personaggi secondari come la signora Jennings, piuttosto che mostrarsi in controluce come l’energia brillante che innerva il racconto. E prosciugato questo elemento fluido e mercuriale ciò che rimane è un film accademico, elegante, magari anche sincero, ma piuttosto noioso.
