Una viaggiatrice a Seul

C’è una questione importante alla base del film di Hong Sang-soo, una questione dai contorni tragici che già Musil si era posto ne I turbamenti del giovane Törless. “Quel che lo tormentava era un’inadeguatezza delle parole, la coscienza vaga che le parole erano solo sbocchi fortuiti alle sue sensazioni… ricordò le parole e, nitidamente, quell’impressione di mentire senza sapere come mai”.

Ines, una bizzarra insegnante di francese, senza referenze, senza preparazione, senza passato vuole trasmettere la sua lingua madre prima ad una ragazza coreana, poi ad una coppia matura facendo leva sull’apprendimento mnemonico e le emozioni. In due sequenze diverse, l’insegnante improvvisata chiede alla ragazza e alla signora, musiciste dilettanti, di suonare un brano musicale e poi chiede loro quali sentimenti, quali stati d’animo avevano suscitato quelle esecuzioni. La trascrizione in francese di quelle impressioni, ripetuta a memoria dalle allieve avrebbe dovuto, secondo l’originale, ma non certo fondata, teoria di Ines, aiutare gli studenti ad entrare nel nuovo universo linguistico. La risposta è identica e a prima vista banale per entrambe le esecutrici: “felicità”, ma cosa si nasconde dietro questa parola? Le due donne, come ripetendo uno stesso copione, usano le medesime espressioni per sottolineare il loro stato d’animo, suggerendo così l’idea che si stiano rifugiando in abusati luoghi comuni, insinuando il dubbio che le parole, lungi dal trasmettere il nostro sentire profondo, lo occultino e lo falsifichino? Anche se sono ancora parole quelle che ci raccontano, davanti alle cortesi, ma insistenti pressioni di Ines, il dolore per la morte del padre della ragazza, l’inaridirsi del rapporto con il compagno per la donna. Il tema è suggestivo e ambiguo (anche se, permettetemi, filosoficamente un pochino datato): il linguaggio è menzogna, ma solo attraverso il mentire abbiamo la possibilità di dire quel simulacro di verità che ci è concesso. Solo che Hang Sang-Soo dopo averlo suscitato, sembra prendere un’altra via, seguendo le peregrinazioni della sua strana viaggiatrice. Come una sorta di eccentrico folletto vestito con una giacca verde su sfondi di verde brillante di siepi illuminate dal sole o di un verde più placido in terrazze deserte, una Isabelle Huppert senza tempo attraversa una città coreana semplice e spoglia. Lineare e uniforme come gli interni ripresi con asciutto rigore da Hong Sang-Soo nell’essenzialità elegante della camera fissa e di composti campo e controcampo. La ripetizione evocata dallo strano metodo dell’insegnante è quella che guida anche lo stile della regia: tre situazioni, ripetute in modo quasi identico: l’avvicinarsi dell’insegnante ai propri interlocutori, prima gli allievi, poi un giovane poeta un po’ impacciato che l’ha accolta in casa e che forse è il suo amante. Una breve discussione interlocutoria che sfocia poi nell’esecuzione di un brano musicale da cui Ines, con dolce ma inflessibile arte maieutica, trae ciò che riposava sopito e rimosso nell’animo dei suoi interlocutori. Sia la prima che la seconda donna confessano che, dietro l’apparente felicità dell’esecuzione si nascondeva un senso di inadeguatezza, di frustrazione, di non essere all’altezza, la stanchezza di essere qualcun altro. Ma, con l’emergere della nuova consapevolezza del personaggio, è come se Ines avesse ormai svolto la sua funzione e così la donna scompare, esce di scena incamminandosi verso l’esterno dell’inquadratura. Scompare, o vaga silenziosa per luoghi deserti parlando fortuitamente di poesia con una interlocutrice occasionale.

Ma già qui il regolare andamento del film aveva presentato una variazione, introducendo la presenza alternativa della madre del ragazzo. La donna, curiosa e invadente è quasi il controcanto di Ines: tanto è discreta e dolcemente insinuante l’insegnante, quanto è inopportuna e petulante la madre che vorrebbe esercitare una ridicola forma di controllo sul giovane: calcola minuziosamente le sue spese, lo alletta con i suoi cibi preferiti, ma soprattutto è scandalizzata dal fatto che il figlio viva con una donna di cui non sa nulla. È la voce della responsabilità che parla in lei, ma di una responsabilità nei confronti di un contesto sociale (e famigliare, non a caso fondamentale, per la cultura coreana), piuttosto che la responsabilità verso il proprio sé che è invece quella che Ines risveglia.

La parabola di Hong Sang-Soo è così, a dispetto delle situazioni sospese e allusive, abbastanza piana e, rispetto alla problematicità inquietante delle premesse, rassicurante. Hong Sang-Soo ha il merito di tratteggiarla con delicatezza lieve, attraverso una costante opera di sottrazione e rarefazione che diluisce ogni tensione drammatica, correndo però il rischio di rendere esangue il suo racconto e dissimulare, nell’alone di accennato mistero che avvolge la donna francese, la scorciatoia che la regia imbocca per aggirare la problematicità delle questioni che il suo stesso racconto aveva inizialmente evocato.

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