Scolastica alleniana in versione Comèdie Française. Adrien è un joung adult, che non brilla per iniziativa e intraprendenza con le donne, coltiva le sue nevrosi come un giardiniere giapponese i suoi bonsai e ha scientemente sempre scelto ruoli da comprimario nella sua vita (vi ricorda nessuno?). È impantanato in una sciagurata cena di famiglia dove è in corso una gara serrata a chi sciorina il maggior numero di luoghi comuni nel minor tempo possibile; di solito non ci sarebbe stato nessun problema, è il suo habitat naturale, trincerandosi nella vaghezza svagata di qualche “forse”, “certo”, “perché no” ben intercalati fra una dotta disquisizione sul riscaldamento a pavimento e un accorato grido di dolore sul riscaldamento globale, Adrien può tranquillamente astrarsi come un monaco zen dalle chiacchiere dei parenti e meditare beatamente sui fatti suoi (cioè, viene da pensare, solitamente sul nulla). Solo che, in quella fatidica sera filmata da Tirard, mentre Adrien è sulle spine perché sta aspettando un whatsapp dalla sua fidanzata che l’ha messo in pausa da 38 giorni, il futuro cognato lo pugnala soavemente chiedendogli di tenere un discorso al matrimonio della sorella. La realtà con la sua parvenza nodosa, bruta, ottusa come la radice d’albero che aveva squassato Roquetin, quella realtà petrosa che Adrien aveva, fino allora, sempre prodigiosamente schivato, fa capolino dietro quella banale richiesta e lo sbalza in una giostra di ipotesi e fantasie di fuga, di onnipotenza o di ecatombe a seconda di come fluttui la sua ansia per quel whatsapp che non arriva. Laurent Tirard non si fa impressionare da un soggetto, tratto da un romanzo di Fabrice Caro apparentemente infilmabile e, con un occhio fra Brooklyn e Manhattan (anche se al tempo di Provaci ancora Sam o del Dittatore dello Stato libero di Bananas non c’era ancora Watsapp) gioca ad intrecciare il materiale diegetico con inserti extradiegetici, mentre il protagonista si ferma, guarda in macchina e conversa con lo spettatore, descrivendo le dinamiche contorte di una famiglia gioviale e amichevolmente oppressiva, introducendoci nella fantasmagoria dei suoi sogni e dei sui incubi, dominati da un vittimismo egocentrico compensato dall’autoironia (egocentrica). Il ritmo tiene, scandito da battute simpatiche, anche se a volte un po’ telefonate, mentre, se la narrazione divagante si giustifica nell’alveo delle fobie e delle paranoie esorbitanti di Adrien, rimane comunque la larvata impressione che il tutto non sia altro che un pretesto per inanellare una serie di gag divertenti. Nel complesso la canonica ora e mezza scorre piacevole e senza ambasce e il brio controllato di un ottimo Benjamin Lavernhe (sarebbe da vedere in lingua originale per apprezzare appieno la scuola della Comèdie Française), fa perdonare il finale un po’ sdolcinato che scioglie un peana alla virtù della sincerità nei rapporti, lasciando al vostro umile recensore il rimpianto dell’elogio caustico della discrezione dell’ipocrisia di mandevilliana memoria.
