L’Étranger

E allora, poche chiacchiere, Ozon è uno dei registi più raffinati, poliedrici e prolifici in circolazione, uno dei pochi capace di avere il coraggio e la sfrontatezza per affrontare un opera cardine della letteratura e della filosofia del ‘900, su cui era naufragato niente po’ po’ di meno che Visconti. Ne è venuto fuori un film bellissimo e struggente, per fortuna non perfetto. Ozon è troppo intelligente per inseguire la perfezione. Con sequenze stupende e alcune impurità, una sintonia perfino inquietante con le atmosfere gelide e respingenti, ma assieme cariche di luce e di carnalità terrestre del grande scrittore francese e fughe in avanti, che rischiano (provocatoriamente, felicemente, sfortunatamente, deciderete voi) di snaturarne l’opera.
Quindi andiamo al sodo.
Le tre cose che mi sono piaciute di più del film di Ozon.
L’incipit. Era impossibile ricostruire la secchezza delle prime parole del libro “Aujourd’hui maman est morte” e così Ozon si inventa questo straordinario: “J’ai toué un arabe” detto da Meursault in modo asciutto, indolente in uno stanzone di un carcere pieno d’arabi.
Poi il bianco e nero che riprende le pellicole d’epoca, ma è determinante per caratterizzare la sovraesposizione accecante della terra algerina, il sole, il mare, le campagne polverose, ma anche i contrasti di luce nelle penombre degli interni; un bianco e nero assieme vintage e naturalistico che vira poi nella scelta espressionista del dialogo finale con il curato.
Ed infine l’uso della voce off, difficilissima nella riduzione di un libro narrato in prima persona dove sono riportati solo fatti crudi e riflessioni scarne. Ozon la usa solo in due momenti essenziali. Il primo è folgorante, dopo il tremolio dell’aria bollente e il riflesso del coltello nel sole che offuscano agli occhi di Meursault l’immagine dell’arabo e dopo i colpi secchi della pistola, le parole di Camus, mentre il dolly si alza per dominare la scena, sono pleonastiche rispetto alle immagini, ma assieme essenziali. Si imprimono nello spettatore con un effetto moltiplicatore di un’emozione che sembrava aver toccato l’acme. E poi nel finale, il ricordo della madre, che non ha nulla di sentimentale e patetico, ma dove Ozon con l’aiuto dello splendido volto di Benjamin Voisin, riesce ad evocare l’immagine di Sisifo felice. “Ho creduto di capire come mai alla fine di una vita si fosse presa un “fidanzato”, come mai avesse giocato a ricominciare. Laggiù, anche laggiù, intorno a quell’ospizio dove delle vite andavano spegnendosi, la sera era come una tregua malinconica. Lì, così vicino alla morte, mamma doveva sentirsi liberata e pronta a rivivere tutto. Nessuno, nessuno aveva il diritto di piangere su di lei. E anch’io mi sentivo pronto a rivivere tutto.” A seguire le immagini della spuma del mare, di un pino marittimo contorto e il corpo nudo di Marie e qui l’estraneità di Meursault, prossimo alla morte, si sposa con la pienezza della vita delle Nozze a Tipasa di Camus: “In primavera, Tipasa è abitata dagli dei e gli dei parlano nel sole, nell’odore degli assenzi, nel mare corazzato d’argento, nel cielo d’un blu crudo, fra le rovine coperte di fiori e nelle grosse bolle di luce, fra i mucchi di pietre. In certe ore la campagna è nera di sole.” E si poteva chiudere, con lo stacco in nero sul corpo morbido di Marie. Non amore, ma les nourritures terrestres (prendendolo in prestito da Gide).
Qui iniziano invece le cose che non ho ancora deciso se mi hanno convinto o se sono invece superflue, incongrue, se non decisamente fuorvianti. Parlo, innanzitutto, dell’inserimento di un angolo di prospettiva post-coloniale: in un contro-finale, inesistente nel libro, e nel personaggio della sorella dell’arabo ucciso. Che ha una sola battuta fulminate. Tutti parlano dell’insensibilità di Meursault o della sua sincerità assoluta, ma chi si ricorda di un arabo ammazzato? Nessuno, neppure Camus, a dire il vero. E questa traccia non è presente solo nel contro finale, ma accennata qua e là nel film. E suggerisce l’idea che forse gli arabi, in Algeria negli anni ’40, non potevano neppure permettersi il lusso di un senso di vuoto e di estraneità esistenziali. L’altra digressione è invece appena un indizio sfuggente (una singola inquadratura quasi subliminale) che potrebbe suggerire la possibilità di un omoerotismo di Meursault. Ça va sans dire, rimosso. Ora, se il primo “tradimento” del senso profondo dell’opera di Camus, mi sembra, via via che ci penso, problematico e fecondo, il secondo affondo di Ozon mi lascia piuttosto perplesso. L’indifferenza apatica e la consapevolezza dell’assurdo e della libertà tragica dell’esistenza dello straniero riuscirebbero a mantenere un valore profondo e universale se venisse fuori che sono solo la misera copertura di un gay occulto e represso? Senza contare che, a questo punto, anche la sua onestà radicale, che lo rende inetto a vivere insieme agli altri la vita di ogni giorno, risulterebbe una macchietta ironica. Chissà, magari sì, la cosa funzionerebbe, quien sabe? ma allora sarebbe tutta un’altra storia, tanto vale chiamarla Le avventure di Pinocchio, che va bene lo stesso. Per fortuna però, mi ripeto, Ozon è troppo intelligente per cadere in questa trappola. Mantiene un tasso elevatissimo di ambiguità, lancia il sasso, ma nasconde la mano, il braccio, tutto il corpo… ed è bene che sia così.
E veniamo quindi alle cose che non mi sono piaciute. Il sogno di Meursault. Non ricordo se c’era nel libro. Tenderei a dire di no, nel romanzo c’è il ricordo della madre che racconta a Meursault che suo padre era andato ad una esecuzione capitale e poi aveva vomitato per tutto il pomeriggio. Comunque, anche se ci fosse stato, la realizzazione di Ozon è enfatica, non c’entra nulla con lo stile oggettivo, freddo, misurato usato fino ad allora. Un incredibile buco in un film compatto e controllatissimo. E poi, è un paradosso dirlo, Benjamin Voisin. Voisin che è, per carità, bravissimo a tratteggiare l’apatia imperturbabile di Meursault, la sua sincerità gelida, la sua fisicità muta, colorandola di 1000 sfumature (bellissima l’espressione educata dello sbadiglio trattenuto, mentre il suo vicino di casa gli racconta affranto del suo cane scomparso). Il problema è che è troppo bello. Ha lo splendore altero e l’indifferenza di un angelo. Meursault è un tipo comune. Anonimo, un volto fra gli altri. Il rischio è che l’estraneità impassibile di Voisin si confonda con l’ennui blasé di un dandy. E non sarebbe il caso, perché allora tanto valeva assegnare il ruolo di Meursault a Timothée Chalamet e mandare definitivamente tutto in vacca. Ma comunque Voisin avrebbe potuto vincere in scioltezza la Coppa Volpi a Venezia.

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