L’impero

All’inizio potrebbe esserci la Gnosi e l’idea di una lotta eterna del Bene contro il Male, assieme principi cosmici in perenne conflitto, ma anche forze contrapposte e inconciliabili che abitano l’animo di ogni uomo, lacerandolo. O forse, il senatore Razzi che prende in disparte Dumont ammaestrandolo: “Amico Caro, ascolta a me, fatti un Guerre Stellari tutto tuo, così poi – popopò, popopopoò – ci fai la grana, o quanto meno, ci vinci l’Orso d’argento a Berlino”.

Il campo infinito di un’inquadratura di purezza essenziale su una duna circondata dal verde, un po’ una cava abbandonata, un po’ un deserto fuori luogo; il corpo nudo, quasi indefinito nella lontananza, di una ragazza che prende il sole. Una sensazione sinestetica di caldo opprimente che traspare dalla pesantezza greve della luce abbacinante. Una insignificante conversazione telefonica. Via, via, attraverso il gioco della composizione dei campi e dei piani, la ragazza appare con maggiore nitidezza, fino che la macchina da presa si concentra sul bel volto da ragazzina sfrontata di Lyna Khoudri che civetta con un rude pescatore. Poi, più che imprevisto, grottesco, fino ad essere imbarazzante, il cambio di registro. La giovane si inginocchia supplice davanti all’uomo che l’apostrofa con toni gutturali e inumani, contorcendo la mano protesa verso la ragazza come un artiglio deforme  e lo spettatore non sa, in effetti, se sorridere per la parodia del science fiction che si sta annunciando o per l’ingenuità della messa in scena e magari, nello stesso tempo, non sa neppure se essere più infastidito per la strumentalizzazione dell’estetica bressoniana delle prime scene o per la grossolanità con cui Dumont irrompe nel mondo, a suo modo, raffinatissimo di Star Wars, riducendolo ad una recita parrocchiale. Siamo nel Pays du Nord, tanto caro al cinema di Dumont, dove per un arcano disegno del destino la bestia dell’Apocalisse, un bimbo paffutello dallo sguardo sinceramente inquietante, è al centro della lotta fra le forze del bene – affilate lame di luce azzurrognola che attraversano i cieli in una astronave dalle forme svettanti della Saint Chapelle – e le potenze del male, palpitanti macchie d’inchiostro che popolano una Reggia di Caserta trasformata in un minaccioso disco volante. Ora, dato che blob neri e fiammelle azzurre vengono presto a noia, gli alieni assumono fattezze antropomorfe – incorporandosi, come i bacelloni di Don Sigel, in corpi umani. “Avere corpi umani”, sostiene l’imperatore del male, un, al solito, gigionesco Lucchini nel ruolo di Belzebù vestito da Pierrot mentre guarda una ballerina nero pece tutta culo, “ha i suoi vantaggi” e anche qui Dumont coglie nel segno se il suo obiettivo era disturbare lo spettatore mixando assieme senza costrutto atmosfere burlesque, interni Grand Siècle, Bach jazzato, battute grevi e fantascienza dozzinale. È un po’ questa la cifra del film di Dumont: cercare (mica detto che ci riesca sempre) di essere sempre spiazzante, oscillando fra il grossolano e il cerebrale, o meglio, esplorando le possibili variazioni fra il cerebralmente grossolano e il grossolanamente cerebrale. Non decidersi  apertamente per la parodia alla Mel Brooks – anche se ne mette in fila tutti gli ingredienti – mantenendo sempre, lì dove non gioca con effetti speciali alla Ed Wood, un rigore algido nelle immagini di un naturalismo scarno. Evocare, nell’ossimoro fra la mediocrità degli scenari e la metafisica dei principi in lotta, un senso di sacrale trascendenza sfregiata però dalla farsa, conservando costantemente un tasso irritante di allusività: insistiti primi piani sugli zoccoli dei cavalli, su macchie che appaiono e scompaiono dalla pelle di alieni/umani e totali sul lande brulle e spicchi d’oceano brillanti nel sole al cui centro si consumano rapidi amplessi. Anche la scelta di conduzione degli attori si uniforma a questa allure, mescolando assieme alcune icone indiscusse del cinema francese – il citato Lucchini, ma anche Camille Cottin, la volitiva agente della fortunata serie Dix pour cent, e la bella e brava Annamaria Vartolemi, direttamente dai tavoli di cucina delle mammane di L’evenement alle astronavi gotiche di L’Impero – ed attori non professionisti che brillano per una rara incapacità a recitare, compensata dalla fissità ipnotica dell’espressione, come nel caso di Jony/ Brandon Vileghe (il cavaliere nero del male alias rude pescatore) o da una fisiognomica sorprendente nel caso di Rudy/Julien Manier – apprendista cavaliere Jedi  – che sarebbe stato scartato anche nella famosa recita parrochiale, ma che pure senza trucco, assomiglia al co-pilota di Ian Solo nel Millenium Falcon più del Chewbecca originale. Il senso riposto dell’ambigua evocazione perseguita dal soggetto del film è poi disdetto dalle scelte di regia: il manicheismo professato dalle forze sovraumane che si combattono, dovrebbe diluirsi nelle contraddizioni degli umani, fragili e imperfetti, ma proprio per questo collocati sempre in una graduale sfumature di grigi che rifugge il nero ossidiana o l’azzurro paradiso degli alieni. Solo che gli umani, così come li presenta Dumont, sono rozzi ignari, privi di qualsiasi indefinibile ambivalenza, rappresentati da cittadini petulanti, turisti scialbi, fino alla coppia bislacca e beota di investigatori – presi di peso dalla serie P’tit Quinquin di Dumont – che indagano brancolando nel buio sui crimini di provenienza interstellare. Se poi proprio si vuole ritrovare un senso, a suo modo convincente, è che nella contesa eterna fra bene e male terzium est datur, e, per fortuna, non è l’amore, ma il sesso.

Eppure, se arrivati fino in fondo, credete di aver letto una stroncatura e pensate di fuggire a gambe levate il film di Dumont, ricredetevi. Per tutti questi motivi – come in una recensione di Silvestri degli anni d’oro – la pellicola di Dumont ha un fascino intrigante proprio per quanto e in quanto cerca di essere apertamente sgradevole, mentre l’humour che la attraversa non si trova nelle situazioni architettate, nella scimmiottatura degli allenamenti jedi con le spade laser (nemmeno farlo apposta, neanche queste – che ormai si trovano a 10€ su Amazon – riescono bene come effetti speciali) e tanto meno nelle smorfie caricaturali e prevedibili (vista una, viste tutte) dei due ispettori. La sua radice sta nella disillusione programmata delle nostre aspettative (adesso succederà qualcosa, adesso emergerà un senso), nello scarto fra ciò che ci si attende e quello che scorre sullo schermo: niente più e niente meno di un assurdo e banale confronto fra bene e male in un’anonima Côte d’Opale. Nel finale quindi, non ci si può certo lamentare che Dumont non sappia bene come concludere la farsa sacra (o la liturgia grottesca) e faccia inghiottire buoni e malvagi da un buco nero nello spazio galattico che appare con le fattezze di un gorgo rosaceo, detto in altri termini, una siderale vagina che lacera l’universo. Per completare la contaminazione fra i due registri, aulico e prosaico, lascio a voi la ritraduzione in veneto.

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