La mostra è finita.
Da domani non ci saranno più le stelline in abito da sera con lustrini e paillette e scollature vertiginose alle 9,00 di mattina a farsi le foto per il book davanti al leone della mostra. Non ci saranno più i ragazzetti che bivaccano dietro il muretto del red carpet con sacchi a pelo e ombrelli contro il sole e i blogger che improvvisano dirette con il telefono in modalità selfie per recensire l’ultimo film ed assieme promuovere una crema per piedi e i curiosi che curiosano altri curiosi e i giornalisti che sembrano i veterani dal fronte russo, tante arie si danno da coloro che la sanno lunga e soprattutto e non ci saranno più i mortiferi e splendidi giovinastri in tutte le loro fogge.
Le ragazzine spudoratamente belle e sfrontate in canottiera e jeans strappati neri, anello al naso e tatuaggi tribali, i ragazzi rasta o quelli con gli occhialini alla John Lennon con l’allure da nichilisti russi che vorrebbero essere Strelnikov nel Dottor Zivago (e se per quello anch’io, perché essere fidanzato con Julie Christie…) oppure le ragazze con pantaloni morbidi in lino panna e camicie di seta alla Lee Miller (ma molto più esangui della carnale Kate Winslet) che si accompagnano a giovani blasé, impegnati disperatamente nello sforzo di assomigliare a Meursault (ma neppure gli si avvicinano, perché Voisin è un angelo, al massimo arrivano al succedaneo Chalamet) e così devono rifarsi la messa in piega ogni mezz’ora a giudicare da come l’onda di capelli biondo miele li incornicia con perfezione preraffaellita il volto e via di tipologie illimitate e tutti che parlano di cinema come se la loro tata fosse stata Leni Riefenstahl e il parroco di dottrina cristiana Orson Wells e come se dal loro giudizio dipendesse la sopravvivenza del cinema come 7^ arte.
Che per un giorno, due, tre possono sembrare anche pittoreschi, poi il deserto è agognato.