The Wizard of Kremlin

L’incipit non è incoraggiante. L’espediente, del resto preso di peso dal libro di Giuliano da Empoli, di porre il personaggio principale come voce narrante della sua vita, sembrava destinare lo spettatore ad un estenuante racconto dominato da una voce off, monotona e fredda. Chi parla è Vadim Baranov, ex regista teatrale d’avanguardia negli anni sfrenati e anarchici della liberalizzazione post-sovietica nei primi ’90, poi produttore di successo di tv spazzatura ed infine, nel suo cursus honoris di corruzione e potere, consigliere mediatico ed eminenza grigia per un quindicennio del putinismo (una figura ritagliata su Vladislav Surkov consigliere personale di Putin e ideologo del felice ossimoro della democrazia sovrana russa).
Ancora più sconfortante la prima parte dedicata all’apprendistato artistico di Baranov. L’idea che un personaggio, che si aggira per le feste pateticamente trasgressive dell’avanguardia russa sfoggiando la faccia placidamente rotonda, afflitta da una frangetta sventurata, e l’aria un po’ tonta di Paul Dano possa sedurre, nelle parti di un dandy blasé, una Alicia Vikander in versione retro-punk è sinceramente disarmante.
Poi, dopo un bel po’ bisogna confessare, entra in scena Jude Law nella parte di Putin e il film decolla. Jude Law (altra Coppa Volpi mancata) è diabolico. Riesce a rendere con naturalezza perturbante la freddezza spietata di Putin ed assieme il suo grigiore burocratico, il rancore che cova dentro quest’uomo afflitto dal complesso del parente povero alle riunioni dei grandi della terra e la sua pazienza vendicativa, connessa ad una determinazione feroce.  A questo punto anche la fissità monocorde di Dano assume un senso e la sua dolce aria un po’ beota, compensata da un mix di astuzia imprevedibile e alterigia, rende benissimo il nichilismo apatico di questo alchimista del potere, che ha venduto l’anima al diavolo. Magro affare per il demonio che dentro quell’anima troverà solo il vuoto pneumatico. Il film segue l’ascesa e l’affermarsi del regno dello Zar dal suo emergere, nei tempi foschi del tramonto del decennio di anomia eltsiniana, al suo brutale affermarsi al tempo della guerra cecena, toccando i momenti di crisi, come il tragico caso dell’affondamento del Kursk fino alla definitiva uscita allo scoperto della pulsione imperialista e scopertamente autocratica, con l’invasione della Crimea e l’avvio della guerra in Donbass. Seguendo la lezione di da Empoli, a cui il film rimane molto fedele, secondo gli insinuanti consigli di Baranov, due sono le chiavi che guidano l’irresistibile affermazione del regno di Putin: all’interno il ripristino della concezione verticale del potere, il riaffermarsi dell’uomo forte, che decide e agisce e a cui il popolo russo può affidarsi placido e riconoscente, rinunciando di buon grado ad una libertà di cui, dopo il decennio eltsiniano, ne aveva avuto sinceramente abbastanza;  all’esterno, il progressivo contagio del principio del Caos. Come spiega in una delle più efficaci scene un didattico ed annoiato Dano ad un Prigozhin attonito, le dinamiche della disinformazione e della guerra ibrida contro l’Occidente non si basano sull’appoggio, in Europa e negli USA, delle forze e dei movimenti filorussi, mossa prevedibile, banale e controproducente, ma nel promuovere e dilatare ogni voce di dissenso, ogni risentimento, ogni esplosione di sdegno, ogni deflagrazione di rabbia, meglio ancora se in conflitto fra loro. Moltiplicando lo strepito confuso di voci contraddittorie, la cacofonia assordante di posizioni inconciliabili, si può subdolamente ingenerare l’idea che la distinzione fra vero e falso non sia più tracciabile, si può far scaturire il pensiero che tutto sia un grande inganno, a partire dalle versioni ufficiali. L’effetto ricercato è quello di instillare uno scetticismo radicale, di più, una diffidenza nichilista nei poteri di discernimento della ragione, nelle capacità di scelta ragionevole del confronto democratico. Portando alle sue naturali conseguenze questo cinico e sprezzante ragionamento, è puerile pensare che personaggi che hanno avuto – dal punto di vista russo –il merito di smantellare i valori dell’Occidente come i vari Farage o Trump, siano stati finanziati dal Cremlino. Semplicemente, nel momento in cui viene meno la fiducia nel valore dell’argomentazione razionale, nell’onestà del dibattitto pubblico, nel controllo neutrale delle fonti, in modo automatico, senza bisogno di occulte eterodirezioni, prevalgono la capacità di manipolazione e la menzogna e si dà spazio ai grandi incantatori. Una bella descrizione dei nostri giorni, non c’è che dire. Solo che, se Assayas dedica una bella sequenza del suo film a questo momento cruciale, poi passa ad altro. Preoccupato di costruire un epopea, non vuol mancare nessuna tappa significativa, ma, in questo modo, rischia di porre un po’ tutto sullo stesso piano: i terroristi ceceni inseguiti da Putin fin nel cesso e la rivoluzione arancione, le olimpiadi di Sochi e i biker ultranazionalisti di Zaldastanov, l’ordine del caos e la capacità di incutere paura attraverso l’agire patentemente irrazionale come l’unica arma  del povero (la Russia putiniana) davanti al ricco tronfio e sicuro di sé (L’Occidente). In questo modo si rinuncia però alla possibilità di scegliere un punto di prospettiva privilegiato, che possa dare ragione della rilevanza oscura del personaggio principale. Tutto scorre scandito e lineare e ad un certo punto dalla cupa tragedia del potere si ha la spiacevole impressione di scivolare in una ricostruzione sceneggiata di una puntata di The History Channel. Il film soffre di quest’appiattimento come anche della volontà quasi pedagogica di spiegare per bene ogni passaggio della vicenda. Il testo di Da Empoli è un romanzo che si può anche leggere come un saggio, ma questa stessa acribia chiarificatrice in un film rischia di sconfinare nel didatticismo. Peccato perché nella parte centrale The wizard of Kremiln aveva assunto invece un ritmo convincente, ben equilibrato sul bilanciamento delle performance contrapposte dei suoi due protagonisti che si integrano perfettamente: il livore spietato dello Zar e l’indifferenza spenta di questo funzionario dell’intrigo, tanto più efficace nel tessere le sue trame quanto più rimane corazzato nella sua insensibilità impassibile. Freddezza distaccata che già Da Empoli nel romanzo aveva provato ad incrinare cercando di dare uno spessore umano alla figura del machiavellico protagonista, con esiti però non del tutto riusciti. In questo caso i limiti del romanzo si rispecchiano anche nel film: Xenia, l’amore proibito di Baranov, persa e rincorsa lungo il film, era già una figura debole nel testo originario a cui il bel volto di Alicia Vikander, non aggiunge, né toglie nulla. Il personaggio di Baranov perdutamente innamorato di Xenia e adorante la figlioletta non è che risulti stucchevole, peggio, non è per nulla interessante.
Poi, superfluo, giunge il finale tragico con un coup de theatre di cui si sarebbe fatto volentieri a meno. Mica siamo ai tempi di Stalin!

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