Indiana Jones e il quadrante del destino

Già bisogna notare che l’ultimo episodio di Indy presenta una piacevole infrazione rispetto alla spietatezza dei tempi, uniformati dall’imperativo categorico che prescrive l’obbligo della gioventù, ovunque e comunque. Certo, non è che i giovani se la passino bene, in compenso è vietato invecchiare. Per gli umani in genere, costretti a rincorrere ad onta del ridicolo l’eterna giovinezza, figurarsi per gli eroi. Prendiamo 007, imputrescibile negli anni. Appena si notava qualche segno di appesantimento nell’attore che incarnava l’agente segreto, le spoglie mortali di James Bond venivano prontamente sacrificate per far posto ad un nuovo volto ed un nuovo corpo agile e scattante. D’accordo, ora e morto anche lui, ma di sicuro non ci si meraviglierebbe vedendolo risorgere nel prossimo episodio, anche se, in omaggio al politically correct, tramutato in un aitante uomo di colore o in una affascinante e letale creola.
A suo tempo Umberto Eco aveva spiegato questo meccanismo parlando di Superman. I supereroi dei fumetti – ma la cosa si può benissimo allargare a quelli di celluloide o meglio di pics digitali – sono l’incarnazione moderna dei personaggi del mito e come tali vivono in una dimensione a-cronica, ma, al contrario di quest’ultimi, che abitavano un passato atemporale, i supereroi d’oggi sono perlopiù a noi contemporanei – come Superman e Batman – o collocati in un periodo storico chiaro ed identificabile (l’epopea del West dalla guerra civile in poi, per Tex Willer). Noi comuni mortali siamo fatti di tempo, siamo costretti ad agire – qualcuno avrebbe detto: gettati nella nostra condizione finita che ci precede e determina proiettandoci verso il futuro – e siamo direttamente condizionati dagli esiti delle nostre scelte che inesorabilmente ci trascinano verso la fine. Ma tutto questo è proprio quello che è precluso ai super-eroi, le cui avventure strabilianti accadono in una simultaneità piatta e non devono comportare nessuna tangibile trasformazione, nessuna reale acquisizione d’esperienza (non è che James Bond impari dalla frequentazione con Sophie Marceau di non fidarsi delle belle azere dagli occhi nocciola: se li capiterà in un nuovo episodio una situazione analoga, ci cadrà un’altra volta come un pero gnocco). Succede un po’ quello che accade con le scariche di pugni e bastonate a cui spesso sono sottoposti dai cattivi: anche se uno solo di quegli impatti devastanti basterebbe a garantirci un futuro in sedia a rotelle, loro si rialzano appena acciaccati e con la battuta sferzante sempre pronta. In uno scenario del genere Indiana Jones rappresenta invece un caso a parte. Già nel terzo e quarto episodio, la comparsa del padre e soprattutto del figlio avevano inserito delle tracce di una linea evolutiva, immergendo Indy nel flusso temporale, ma nel quinto step della saga, Indiana affronta definitivamente gli acciacchi e le malinconie della vecchiaia. Il problema che regia e sceneggiatura a questo punto devono risolvere  è di tenere assieme l’incedere inclemente dell’età del loro eroe – che si vuole dichiaratamente esibire (formidabile la scena in mutande di un ancora aitante – visti gli 80 ormai doppiati – Harrison Ford) e la sua natura plastica di ercolino sempre in piedi. Il tema del tempo e del suo scorrere implacabile è infatti centrale nel racconto, ma è proprio l’idea che questa freccia unidirezionale può essere invertita che sembra giustificare implicitamente la compresenza in Indy del peso degli anni e della sua persistente e infantile invincibilità.

Alla base della storia, come sempre, c’è un arcano aggeggio proveniente dal passato remoto attorno a cui si concentrano le attenzioni dei cattivi attratti dei poteri straordinari promessi dall’oggetto, ma mentre nei casi precedenti ciò che si voleva ottenere era un vago miscuglio di conoscenza, forza, immortalità in questo caso la posta in palio è molto meno nebulosa: la possibilità di viaggiare a ritroso nel tempo, mutando il corso degli eventi. Che però è esattamente l’esperienza che lo spettatore vive, nelle prime scene del film, quando le tecniche digitali ringiovaniscono Harrison Ford proiettandolo in una lotta all’ultimo sangue contro i nazisti che vogliono impadronirsi dell’Antikytera di Archimede (l’aggeggio di cui sopra). Venticinque anni dopo – mentre gli americani sono appena sbarcati sulla Luna – la corsa per il controllo del tempo riprende, con il nazista cattivo Jurgen Voller (Mads Mikkelsen) e i suoi accoliti ancora a caccia del marchingegno di Archimede per poter balzare indietro nel tempo ed evitare gli errori commessi da quell’apprendista di Hitler, edificando finalmente il Reich millenario (non può non venire in mente la barzelletta del ritorno dei reduci del nazismo “Però ragazzi, sto giro… Cattivi!”).
C’è solo tempo per qualche sprazzo di malinconia – un mondo ormai alieno, come può apparire la nuova contemporaneità ad ogni vecchio prigioniero del passato,  l’indifferenza annoiata delle studentesse, una volta adoranti, davanti alla lezione, in vero piuttosto barbosa, dell’anziano professore, l’amarezza di una vita che sembra ormai futile dopo la morte del figlio e la fine dell’amore con Marion, – ma poi la trottola ritorna a girare vorticosamente. È vero, bisogna un po’ riprendere le misure, i primi cazzotti di Indiana sembrano dei buffetti, ma Mangold non ha intenzione di raccontare la triste storia di un crepuscolo ed Indy risale imperiosamente in sella, non solo metaforicamente, fendendo a cavallo la folla della grande parata degli astronauti e poi scagliandosi in una galoppata folle fra le gallerie della metropolitana e le banchine assiepate di viaggiatori allibiti. Per carità, nulla di nuovo, ma un buon mix consapevole e ben calibrato di vecchie collaudate variabili, con prevedibili strizzate d’occhio citazioniste ai cultori della saga. Così, evitando il ridicolo della storia di un nuovo amore, la sceneggiatura ripesca e adatta, come spalla del vecchio archeologo, l’accoppiata “bella e bimbetto”, che tanta fortuna aveva avuto nel secondo episodio della serie, svuotando però il rapporto tra la donna e Indy di ogni risvolto sentimentale. Lei, Helena (Phoebe Waller Bridge) è la figlioccia di Indiana, spregiudicata truffatrice a caccia di tesori nascosti e il moccioso è un ladruncolo marocchino, ideale per far scattare l’identificazione del pubblico under-eight della Disney, scarsamente interessato alle love-story. L’alleanza forzata fra Indy e la ragazza nel battibecco continuo da screwball comedy – lei si dice solo interessata al denaro, al contrario del puro amore della ricerca e del sapere del vecchio– dà un po’ di sale alla vicenda, coprendo i buchi fra un inseguimento di Tuc-Tuc nella medina di Tangeri, le immersioni fra banchi di voraci murene giganti nel Mediterraneo e missioni speleologiche nelle profondità dell’orecchio di Dioniso a Siracusa, fino al balzo finale a ritroso nel tempo. Qui siamo di fronte ad una prima trasgressione dello standard ben collaudato della saga. Negli episodi precedenti, quando la rincorsa fra Indy e i suoi antagonisti giungeva all’epilogo, era l’hybris dei cattivi a perderli: alzavano il coperchio dell’arca, pretendevano di abbeverarsi alla fonte della vita con la coppa del Graal, volevano ottenere dagli alieni intramondani la sapienza infinita, mentre Indy rimaneva prudentemente un passo indietro. Non era solo una questione di umiltà, ma di sapienza narrativa. Dopo aver caricato di formidabili aspettative l’attraversamento della soglia, l’ingresso effettivo nell’”oltre” si espone al rischio concreto di delusione. Cosa che puntualmente si verifica nel salto indietro nel tempo, quando buoni e cattivi saranno catapultati nei giorni dell’assedio romano a Siracusa, riprodotto, nonostante il dispendio di tecnica digitale, in modo piuttosto goffo, mentre anche la narrazione si impantana in una circolarità viziosa da cui se ne viene fuori in modo piuttosto sbrigativo. Ma si tratta solo degli ultimi minuti del prefinale, che non inficiano velocità, ritmo, humor delle due ore precedenti.

Rimane solo un rimpianto. Purtroppo possiamo solo immaginare che film bellissimo e struggente sarebbe potuto essere quest’ultimo Indiana se produzione e regia avessero accettato fino in fondo la sfida, costruendo una sorta di Posto delle fragole del professor Jones.
Ma, forse, questo sì avrebbe voluto dire oltrepassare la soglia.

 

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