Divina Commedia

Si inizia da dove si era concluso.
Barham, un regista orgoglioso, consapevole della sua professionalità e dei suoi mezzi espressivi, tenace e determinato vuole ottenere il permesso per distribuire e proiettare in Iran il suo nuovo film. Ma fin da subito la strada si presenta costellata da ostacoli. Deve fingersi suo gemello, regista con cui aveva condiviso l’amore per il cinema e gli esordi, ma che si era poi convertito ad una produzione leggera e d’evasione, gradita al regime, per superare i primi controlli negli uffici ministeriali. Poi, quando si trova davanti al responsabile della censura, il rilascio del permesso sembra una questione di piccoli e ininfluenti dettagli. Il funzionario è untuoso e adulatorio, saluta in Barham uno dei 10 migliori registi del mondo, precisa che il film va benissimo, necessita solo di minime revisioni. Ad esempio: che bisogno c’è di inserire in alcune scene un cane, animale impuro e non gradito al Profeta? Di fronte alla ostinazione perplessa dell’autore, che non capisce cosa ci può essere di male nel filmare un cane, in un crescendo grottesco, la voce del censore, la cui figura rimane sempre fuori campo, non inquadrata, in modo che la sua assenza fisica dalla scena renda ancora più impersonale, anonimo e gratuito l’esercizio del potere, rilancia la richiesta di tagli e revisioni: dalla lingua che si utilizza nel film (l’arzero e non il farsi), alla trama, al soggetto, fino al più classico (e fallace) argomento ad hominem, attaccando la persona stessa del regista, le sue idee, i suoi comportamenti pubblici e privati.
Avete capito benissimo, siamo dalle parti dell’ironia amara e feroce di Kafka a Teheran (il film precedente che Ali Asgari assieme a Alireza Kathami, aveva presentato a Cannes nel 2023) nei corridoi vuoti e silenziosi, quelli che vengono ripresi quando Barham si addentra nel palazzo del potere, di un regime tanto opprimente quanto ottuso, sostanzialmente pavido perché terrorizzato da ogni deviazione rispetto alla norma, da ogni differenza che sfugge all’omologazione ottusa. Mentre inizia, accompagnato dalla musica extradiegetica di un ottimo jazz, il girovagare in giro per Teheran di Bahram e della sua fidanzata e produttrice, Sadaf, dai capelli azzurri appena coperti da una graziosa fascia, su una vespa rosa (tutte urticanti infrazioni rispetto al nero dominante nella Repubblica Islamica) alla ricerca di un luogo qualsiasi per proiettare senza permesso il film, comprendiamo che qualcosa è cambiato. Che qualcosa sta cambiando. Il film si spezzetta in una serie di siparietti, per lo più macchina frontale sul dialogo dei personaggi, che ci presentano situazioni diverse, accomunate però da un mood che diventa via, via più chiaro. C’è l’incontro con il proprietario di una sala cinematografica che divora popcorn, con un attore di soap opera cocainomane e il suo fido scudiero, con un losco produttore ammanicato con il regime, affascinato dalle opportunità che può offrire girare un film in Siria (“ma è pericoloso, c’è la guerra” obietta Barham; “Non mi risulta” risponde serafico il produttore) ed anche con il fratello affermato del regista, dove si mescolano rancore, recriminazioni reciproche e affetto. Situazioni che si dipanano sul filo di una comicità surreale, giocata sul contrasto fra l’integrità morale, in verità un po’ rigida e supponente di Barham e il lassismo rilassato e ipocrita dei suoi interlocutori. Qualcuno di questi episodi risulta più riuscito (quello con l’attore o quello con il fratello) altri meno, ma, come nel precedente film di Asgari (bisogna riconoscere, più riuscito e originale) più che concentrarsi sui singoli passaggi è interessante cogliere la visione d’assieme di ciò che emerge da queste diverse stazioni dell’odissea di Barham. Ciò che percepiamo è così una società iraniana nel mezzo di una trasformazione, più dinamica, meno impaurita, anche se certamente più disincantata. Viceversa è il potere, nelle sue diverse incarnazioni, a mostrarsi più preoccupato, schiacciato sulla difensiva, più mellifluo e insinuante che dichiaratamente oppressivo, più incline a corrompere con promesse di privilegi e quieto vivere (cosa che gli riesce molto bene) che a reprimere. Messo alle strette, ribadisce istericamente la sua legittimità arbitraria, ma con un eccesso di perentorietà che tradisce la perdita di autorevolezza e l’incertezza sulla sua stabilità e il suo futuro (scrivevo queste note all’uscita del film a Venezia, purtroppo le vicende odierne dimostrano invece quanto una belva ferita possa essere ancora feroce e letale NDR)
Bahram e Sadaf riusciranno alla fine, in modo più o meno rocambolesco, a organizzare la visione pubblica del loro film, ma, a proiezione appena iniziata, sarà ancora una volta un potere arrancante, impersonato dal funzionario che aveva proposto a Barham di girare un film in Siria, che cercherà di bloccare l’evento proprio nel momento in cui dai media ufficiali giunge la notizia del crollo del regime filo-iraniano di Assad. Su questa annuncio il film, improvvisamente, si chiude. Ma non troppo sorprendentemente: in modo meno simbolico e più provocatoriamente esplicito della catastrofe finale di Kafka a Teheran, una premonizione che è anche una speranza.

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