Il fratellino e la sorellina giocano assieme. Lei ha una maglietta arancione lui due grandi occhi sognanti. Stanno per iniziare un viaggio. Un viaggio come tanti. I viaggi dei disperati del mondo che cercano una possibilità di vita. E così i trasferimenti notturni, l’interminabile tragitto in battello verso sud, verso la Malesia mussulmana che forse è un punto di approdo per i Rohingya perseguitati in Myanmar. La zia che li accompagna, li protegge dal sole con il suo velo mentre il barcone bordeggia le coste della Thailandia. Poi, quando nelle terribili peripezie, i ragazzini perderanno la zia, sarà la sorellina che cercherà di proteggere il bambino, inventandosi giochi e impedendogli di indossare per gioco indumenti lerci mentre frugano nelle spazzatura alla ricerca di cibo. E come in ogni fiaba ci sono gli orchi, terribilmente reali e quotidiani per essere una fiaba, ma tutto accade fuori campo o nel caos di una concitazione notturna, macchiata dalle luci dei fari della polizia e squarciata dai latrati di cani. In Malesia arriverà solo il piccolo, solo perché, assieme agli orchi, ci sono anche delle persone che riescono a rimanere umane.
Molto giocato sui contrasti: fra oscurità e luce, fra movimento febbrile e stasi, fra i canti d’addio alla propria terra e l’incongrua colonna sonora d’archi vibranti, fra l’ordinaria tragedia e impossibili momenti di gioiosa sospensione.
“I bambini piccoli sono la cosa più fragile e preziosa del mondo perché hanno in sé la possibilità di un mondo” diceva Hans Jonas. La passeggiata del fratellino solo per una Kuala Lumpur di luci sfuocate, traffico e rumori, un telo arancione sulle spalle, alla ricerca di un grande albero di mango, per poi accucciarsi e nascondersi sotto la coperta, come faceva quando giocava a nascondino con la sua sorellina, come cancellandosi dal mondo, sarà uno dei ricordi più struggenti di questa mostra del Cinema di Venezia.