Dove si nasconde il diavolo? Nella superbia di voler salvare “milioni di vite”? Nell’orgoglio della santità? O nel sesso? Che nel convento della futura madre Teresa che aspetta la dispensa pontificia per aprire il suo nuovo ordine, circola furtivo dietro ai rapporti di sorellanza, nell’intimità che si stringe nella confessione (“ha mai pensato padre di essere padre… biologicamente”) o magari prende le sembianze di un monello che soffia la farina in faccia alla madre superiora e scatena un sabba heavy metal nel convento? Ma forse sarebbe più importante domandarsi dove sta la carità: nel curare le piaghe purulente di un moribondo sconosciuto o nell’accogliere gioiosamente chi ha tradito la tua fiducia (e forse il tuo amore non confessato)? Nel dono del proprio corpo e del proprio spirito a Cristo o nel dono irresponsabile della vita?
Kant la faceva facile: nel fare il bene, non è tanto il risultato dell’azione che conta, ma è l’intenzione con cui ci predisponiamo a compierla che è fondamentale e dirimente. Solo che l’intenzione rimane sepolta nelle profondità della nostra coscienza, indecifrabile anche a noi stessi, così come nel film di Teona Strugar Mitevska è celata dalle geometrie severe dei piani e delle inquadrature (ebbene sì avete indovinato, molto Dreyer), nel contrasto ricercato fra il lindore spettrale del convento e il fetore putrido, ma vitale di ciò che sta al di là della sua porta colorata (ottimo sistema educativo proporre alla bambina discola se preferisce la disciplina e il pane certo o la fame e la disperazione, anche se difficile che con questi mezzi si giunga ad una adesione disinteressata, quella richiesta da Kant per intenderci…) nelle sculture nero su bianco dei veli monacali (bellissima l’inquadratura della confessione di Aneška, il volto tagliato a metà dagli spigoli taglienti del velo corvino di Teresa), nell’ambiguità invasata del viso di Noomi Rapace, capace di crudeli dolcezze e asettici atti di carità. Poi, annunciato da un peccatuccio di ghiottoneria della madre superiora che cede alla tentazione del pane raffermo, anche madre Teresa abdica alla sua santità per concedersi la debolezza dell’amore. Nel momento in cui il personaggio principale assume maggiore spessore umano però il film un po’ si inceppa, smarrisce rigore e astrazione formale, si concede qualche facile effetto, qualche passaggio di sceneggiatura altamente improbabile. E madre Teresa, fasciata da un elegantissimo sari (ma non si dovevano abbandonare ogni vanità terrena?) può dedicarsi a riscattare come Gesù il male del mondo (programma rispettabile, ma forse un po’ troppo ambizioso). Eppure, nonostante il sorriso impassibile della reverenda chinata sui derelitti, sempre a seguire quella vecchia lenza di Kant, se l’intenzione pura può portare alla virtù (e già su quella si può discutere), la cartina tornasole della santità non è il sacrificio, ma la felicità e su questo aspetto, a occhio, almeno la Teresa del film, deve ancora lavorare parecchio.