In una delle prime scene di Orphan, un personaggio consiglia ad Andor, il tredicenne protagonista della pellicola, di andare a vedere la fine del film che si sta proiettando in una sala fatiscente di un cinema di Budapest. Ecco, se è come quella del film di Nemes, credo che il ragazzino ne sarebbe rimasto profondamente deluso. In coerenza con la delusione generale che suscita il film. Nemes aveva impressionato con l’asciuttezza secca e tagliente della sua opera prima, Il figlio di Saul, sempre un film sul rapporto fra padre e figlio nelle tenebre dello sterminio. Poi aveva cambiato completamente registro con il suo secondo film, Tramonto, che aveva cercato (con risultati piuttosto modesti) di assumere un respiro epico nella ricostruzione di un passaggio fondamentale della storia ungherese, allo scoppio del primo conflitto mondiale. Quest’ultima prova di Laszlo Nemes vorrebbe unire le due dimensioni: riprendere il tema della relazione genitore e figlio, inquadrata questa volta dagli occhi di un adolescente, inserendolo nel cupo orizzonte della dominazione sovietica, nei mesi immediatamente successivi alla brutale repressione del 1956. Intenti nobili, risultati frustranti (quanto meno per lo spettatore). Perché Orphan, bisogna dire purtroppo, anche perché ispirato alla figura del padre del regista e quindi probabilmente carico di un particolare investimento emotivo, è un film sbagliato. Sbagliato, dispiace dirlo, a partire dall’attore protagonista che incarna Andor, un ragazzino ebreo orfano di padre, che vive in semimiseria (condizione, viene da pensare, comune nella Budapest degli anni ’50) con la madre, aspettando il ritorno del genitore, deportato nei campi, mitizzandone la figura e trasformandola in una sorta di divinità protettrice e silenziosa, nascosta negli tetri scantinati del loro grigio condominio. Si può capire lo sconforto che si tramuta in disperazione e rancore di un ragazzino che si sente abbandonato in un mondo aspro e malvagio (il tasso di perfidia, cattiveria, risentimento della Budapest del tempo, ci fa capire Nemes, è elevatissimo), ma non è necessario che Bojtorjan Barbas (il giovane interprete di Andor) assumesse per quasi 128 minuti (la cosa cambia, purtroppo, negli ultimi 5), sempre la stessa espressione rabbiosa e furente, quasi fosse colto da una paresi. Può accadere di tutto, il giovane può anche essere la causa, neppure troppo indiretta, dell’esecuzione sommaria di un amico, ma nulla cambia. E ovviamente, non è colpa del giovane attore, ma di una scelta di sceneggiatura e regia che funziona per incremento crescente di sventure, sopraffazioni, umiliazioni che si abbattono su Andor e la madre. Nessuno nega che la vita in Ungheria fosse allora durissima, ma scegliere questa strada per strutturare uno sviluppo narrativo non può che comportare un esito monocorde e piatto. Soprattutto dal punto di vista empatico, che sarebbe stato quello su cui avrebbe probabilmente voluto agire il regista. Poco serve affidarsi a luci polverose ed effetti flou per evocare la malinconia dell’adolescenza. Poco serve anche inserire, fin dalle prime scene, come contrappunto alla rabbia del ragazzo, una tenera ed ingenua amicizia con una compagna di giochi, figura e relazione per nulla sviluppate dalla sceneggiatura. Lavorando per accumulo, di conseguenza, è necessario scendere sempre più in fondo nella disgrazia e quindi, quando appare il vero genitore di Andor, smascherando la pietosa menzogna del nobile padre scomparso, questi non può che essere un orco. Intendiamoci Gregory Gadebois è un grandissimo attore (basti ricordare la strepitosa prova del la Misura del dubbio di Daniel Auteuil) e quando entra in scena, sia nella sua lascivia insinuante che nella sua furia esplosiva, si impadronisce dello schermo, ma era proprio necessario fargli fare la parte di un macellaio abbominevole che aveva abusato della madre di Andor (con un essere così ripugnante non si riesce a immaginare nessun rapporto che non sia di violenza, quanto meno psicologica) quando la nascondeva per denaro dalla persecuzione nazista? Un energumeno imponente e bestiale che si presenta a casa della madre di Andor carico di un quarto di maiale squartato come il più terribile degli Uruk-hai di Tolkien? Visto che l’ambizione di Nemes è anche quella di esplorare il difficilissimo rapporto che si viene a creare nel ragazzo fra la drammatica necessità di avere un padre, la sua proiezione compensativa e l’amara realtà, non sarebbe stato più cauto inserire qualche sfumatura nel personaggio? E arriviamo così al finale: Nemes mira alto in un confronto fra il padre biologico (l’orco) e il figlio, confinato nello spazio chiuso e sospeso di una ruota panoramica come l’emblematico confronto Joseph Cotten e Orson Wells nel Terzo Uomo, ma ciò che delude di quella scena non è tanto l’esito (anche quello a dire il vero), quanto il fatto che Nemes non l’avesse in alcun modo preparato, non avesse almeno disseminato qua e là qualche traccia, non avesse aperto nessuno spiraglio di ambiguità nella rigida gabbia in cui aveva chiuso i suoi personaggi, per cui il regista ungherese raggiunge il non confortante risultato di approdare ad un finale, per certi aspetti, scontato, ma non coerente con quanto aveva fino allora raccontato.