A House of Dynamite

Il film di Kathryn Bigelow è un trattato di geopolitica applicata. C’era un tempo spensierato e felice (si chiamava Guerra Fredda) in cui si viveva protetti all’ombra della MAD, Mutual Assured Destruction (che poi volesse anche dire pazzo era puramente casuale). Il nome non sembra rassicurante, ma era in effetti una assicurazione sulla vita della specie. Migliaia di missili intercontinentali erano stipati nei silos sotterranei, navigavano nei sottomarini nel fondo del mare, volavano sui bombardieri delle due grandi superpotenze nucleari perennemente in cielo in modo che ad un attacco preventivo, per quanto devastante, sarebbe seguita una reazione uguale e contraria annichilente. Era una guerra che non si poteva vincere ma solo perdere. Adesso siamo in un altro mondo. Quello che ci mostra con precisione acribica Bigelow è un’altra cosa. C’è una nota rivista di geopolitica italiana che teorizza una separazione del mondo in Ordolandia (grosso modo al nord del Rio Grande, del Mediterraneo, degli Urali, con ampie zone franche nel Sud-Est Asiatico (Cina, India), enclave infuocate (l’Ucraina) e zone di confine paludose (indovinate un po’, il Bel Paese) e Caoslandia. Ma a dispetto dell’aspetto funereo del suo direttore quando (spesso) viene invitato nei talkshow, questa lettura è sfacciatamente ottimista. Il caos è ovunque. Non esistono più punti di riferimento stabili, si è tornati all’anarchia hobbesiana, non però armati di bastoni e pietre come nello stato di natura del filosofo inglese, ma di migliaia di testate termonucleari. Le superpotenze non riescono più (o non vogliono) imporre ai propri clientes una linea d’azione coordinata e ciascuno si muove, conformemente alle proprie capacità, reali o presunte, inseguendo solo la propria illimitata volontà di potenza. In questo mondo sfrenato non esiste più deterrenza, perché ciascuno, in un gioco d’azzardo in cui la posta è rilanciata sempre più in alto, pretende, spesso bluffando, di andare a vedere i bluff dell’avversario. La guerra ormai – Putin e Netanyahu docent, anche se la lezione viene da lontano e tutti ormai sembrano averla imparata – non è un oggetto che deve essere maneggiato con cura, al limite appaltata a proxy decentrati, ma il modo ordinario di gestione del potere e delle relazioni all’interno e all’esterno del proprio stato e non esistono possibili limiti, ma solo ulteriori incrementi. In questo scenario le armi atomiche, da strumenti fine del mondo sono diventate semplici pedine di un gioco che possono, da un momento all’altro, essere mosse sulla scacchiera dato che, anche in funzione del proliferare dei detentori dell’arma atomica o di coloro che potrebbero in breve dotarsene: “regole e gerarchie dell’ordine atomico sono sempre meno determinate dalle superpotenze, bensì scritte dall’interno tramite interazioni impreviste fra soggetti altrettanto imprevisti dalla casistica della deterrenza nucleare classica” (Agnese Rossi, Proliferazione senza deterrenza o della bomba di Schrödinger).
Bigelow ha il grande merito di farci vivere – in una vera e propria esperienza immersiva, situazione molto di moda, ok, ma qui resa con grande efficacia – proprio questa condizione di caos, grazie alla precisione geometrica e alla lapidaria chiarezza espositiva con cui conduce questo film corale ed estenuante. E lo fa, in maniera analoga anche se profondamente diversa da quanto aveva fatto Haiyya in The voice of Hind Rajab, lavorando su livelli diversi di temporalità.
Primo stacco: un centro militare di coordinamento e di lancio dei missili intercettori dello strombazzato scudo stellare americano. Lavoro di routine e battibecchi di routine fra i militari di servizio e poi, con un montaggio alternato, la bella Sara Ferguson che come una qualsiasi donna in carriera, sistemati con efficiente scrupolo gli affari domestici, se ne va al lavoro di analista nella Situation Room della Casa Bianca. Anche qui, davanti agli schermi sempre accesi che monitorano come un Argo Panoptes digitale tutto il globo terraqueo, trova il tempo di consigliare un collega di non lasciarsi scappare la sua Promessa e di accelerare la sua richiesta di matrimonio. Ma il tempo è proprio quello che sta per sfuggire, ineluttabile, irreversibile. Sugli schermi compare una piccola scia luminosa. Un missile partito da qualche parte nel Pacifico, non si sa bene da dove, disegna la sua parabola nell’atmosfera. Ordinaria amministrazione. Pare che sia un hobby abbastanza diffuso quello di scagliare razzi verso il cielo. Solo che si capisce ben presto che questo ha qualcosa di anomalo. La sua traiettoria si appiattisce e punta decisamente verso gli USA. L’IA nei cervelloni elettronici comincia a macinare dati. È un missile balistico, quasi certamente armato da una testata nucleare e punta dritto su Chicago. Impatto previsto fra 19 minuti. Questi i crudi eventi, che Bigelow ci riporta però con un crescendo adrenalinico di emozioni, sovrapponendo immagini e voci, tracciando un movimento frenetico in spazi compressi, alternando freddezza professionale, sbigottimento, fiducia, disillusione, sconforto e poi ancora speranza disperata e attonito smarrimento, tutto accavallato, tutto in uno strepito che si concede momenti ancora più drammatici di sospensione. Partono dalla base nel deserto i due missili intercettori. Il primo fallisce. Il secondo si avvicina sempre di più al ICBM killer, giunge a sfiorarlo.
Stacco in nero. E si ricomincia tutto da capo, come dentro un labirinto che ci riporta sempre allo stesso punto di partenza. La stessa vicenda, gli stessi personaggi. Slitta però l’angolo di prospettiva: delle voci e dei volti che prima si vedevano e si sentivano solo su degli schermi, diventano i nuovi protagonisti. Non siamo più al livello operativo di una prima reazione di interdizione, ma ad uno stadio decisionale superiore. Bisogna capire chi può essere l’aggressore, quali possono essere le sue motivazioni e i suoi obiettivi, se si tratta solo di una provocazione spudorata, ma innocua o della prima avanguardia di un attacco globale, c’è una qualche razionalità dietro questo atto o è un gesto folle e votato alla apocalisse? Ed ancora abbiamo lo stesso trattamento dell’immagine, la stessa agitazione tanto febbrile quanto inconcludente, complicata dalle intersezioni con spicchi della sezione precedente, che si incuneano in questa nuova come delle schegge che aumentano con una sensazione di dejà vu l’effetto di disturbo e tutto converge ancora una volta verso la catastrofe annunciata.
Stacco in nero. E si ricomincia. Al massimo livello: a questo punto vediamo il decisore ultimo, il presidente, che era stato sempre presente sullo sfondo, ma artifici di sceneggiatura e regia ci avevano tenuto nascosto. Non vogliamo svelare nulla, basti dire che è un anti-Trump a cui resta la decisione finale: fare partire la rappresaglia? (Contro chi? Bella domanda. Prudentemente il generale Anthony Brady – un ottimo Tracy Letts, che fino un momento prima si era interessato solo della partita di baseball della sera precedente – consiglia “contro tutti”, così di sicuro si beccherà il colpevole).
Ciascuna sezione filmata praticamente in tempo reale ha la stessa durata, poco più dei drammatici 19 minuti che ci separano dall’irreparabile.

Come in The Voice of Indi Rajab si condensano nel film della Bigelow più forme di temporalità giustapposte: qui, mentre il tempo degli orologi scorre inflessibile (19 minuti), divorando come Cronos i minuti e i secondi verso l’apocalisse, troviamo il tempo delirante, parossistico dell’azione, frammentato nel montaggio concitato, ondeggiante nei movimenti di macchina ebbri e “nello stesso tempo”  compenetrato con questo, il tempo immobile, condensato nell’attimo cruciale della decisione: il Kairos,  il momento opportuno (l’impatto dell’intercettore, l’irrimandabile accordo con l’avversario, la scelta della reazione adeguata e tempestiva) solo che entrambe queste temporalità, l’una spezzettata e caotica, l’altra puntuale e fugace, che si oppongono alla linearità tradizionale del tempo vissuto come la freccia che si lancia dal passato verso il futuro, convergono nel collasso della fine del tempo. 
Tutto è vissuto come dentro una trappola, come dentro un incubo, in un tempo questa volta circolare, che ritorna su se stesso, dove il risveglio è sempre differito, e la stessa situazione si ripete angosciosa senza via d’uscita.
A questo punto, però, ad onor del vero, bisognerebbe dire anche che, in questo gran film, non tutto sempre funziona come l’inesorabile regia della Bigelow. Le pecche maggiori si trovano, qua e la, sparse nella sceneggiatura. Soprattutto nella volontà, alla fine un po’ stucchevole e molto gran public, di ricordare costantemente che questi uomini che decidono le sorti del mondo, sono, in fondo in fondo, come l’ultimo spettatore, uomini qualsiasi, con la loro vita privata, con l’affetto per i propri cari, con le loro fragilità e i loro tic. Nobile intento, anche se si potrebbe darlo per scontato, considerarlo non proprio influente all’interno di questa vicenda, ma che Noah Oppenheim insegue in modo un po’ troppo programmatico e un po’ troppo petulante, con esiti a volte anche imbarazzanti come quando ci mostra i vertici del Pentagono e della Casa Bianca che cercano affannosamente l’esperta dei rapporti con la Corea del Nord (perché c’è un’unica esperta? non c’è un team che lavora su questa questione cruciale? non c’è una gerarchia di referenti da consultare?) che sta assistendo con il figlio alla ricostruzione della Battaglia di Gettysburg e non trova niente di meglio da dire che è in vacanza. O quest’altra cosa inguardabile del Presidente degli Stati Uniti, che già sembra uno arrivato lì per caso (e in effetti, su questo, qualcosa lo avvicina a Trump) ma poi ha la necessità di inserire i codici per accedere alla scatola nera che controlla le armi atomiche e scopriamo che li teneva in tasca pinzati assieme ad un po’ di banconote in un incredibile money clip. Ma per favore!
Ok, questa e qualche altra scivolata (vogliamo parlare del “dritto” del Segretario di Stato?), piccole cose si potrebbe dire, ma che in un film denso, tesissimo, perfettamente coeso stridono ancora di più, anche se questi intoppi non sono capaci di inceppare la straordinaria bomba ad orologeria (House of dynamite) che Bigelow ha escogitato. L’azione è troppo incalzante, pur nel suo essere ingabbiata in un loop circolare, per non trascinarli via come scorie.
Rimangono aperte tutte le questioni da cui eravamo partiti. Ma è ancora una questione di tempo. Un dimenticato Günther Anders diceva, ormai più di 70 anni fa, che siamo entrati dentro il tempo della fine, un tempo in cui la fine del tempo è una possibilità concreta, dilazionata, ma sempre aperta, il tempo di una apocalisse sospesa.
Stacco in nero. 19 minuti.

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